La Grande Madre
- Al riguardo conviene anche fissare
- nella mente e affidare alla memoria
- questo: tra tutto ciò di cui vediamo
- apertamente la natura nulla
- è formato da semi d’un sol genere,
- nulla senza una qualche commistione
- di semi appartenenti a vari generi.
- Quanto più una certa cosa ha in sé
- forze e facoltà, tanto più mostra
- d'avere in sé innumerevoli specie
- di principi, e forme assai diverse.
- In primo luogo la terra possiede
- in sé quei corpi primi con i quali
- le sorgenti, volgendo acque gelide,
- di continuo rinnovano l'immenso
- mare e ha quelli da cui nasce il fuoco:
- in molti luoghi infatti arde il suolo
- per un calore sotterraneo; il fuoco
- erutta poi nell’impeto dell’Etna.
- Ha poi ancora gli atomi che possono
- far nascere per gli uomini le messi
- rigogliose e gli alberi fecondi,
- ed altri per offrire agli animali
- che vagano sui monti corsi d’acqua
- e fogliame e pascoli abbondanti.
- Per questo Grande Madre degli dei
- lei sola fu chiamata, e delle fiere
- e genitrice poi del nostro corpo.
- Di lei cantarono i dotti poeti
- antichi della Grecia che dal seggio
- sul suo carro incitasse due leoni
- aggiogati, insegnando che la grande
- terra è sospesa nello spazio aereo
- né può poggiar la terra sulla terra.
- Al suo carro aggiogarono le fiere
- perché la prole, per quanto selvatica,
- deve addolcirsi, cedendo alle cure
- dei genitori, e la testa le cinsero
- d’una corona turrita perché
- fortificata in posizioni scelte
- difende le città. Con queste insegne
- oggi ancora l’icona della Madre
- divina è trasportata in ogni terra
- ovunque suscitando un sacro orrore.
- Madre Idea è il nome con cui molte
- genti la invocano, seguendo il culto
- antico e dandole una scorta frigia
- perché da quei territori dapprima,
- sostengono, iniziarono le messi
- ad esser generate per l'intero
- globo terrestre. Al suo seguito mettono
- i Galli a dire che coloro che hanno
- offeso la divina autorità
- della Madre e si sono dimostrati
- ingrati verso i loro genitori
- vanno creduti non degni di dare
- viva progenie al mondo della luce.
- Tesi intorno rimbombano i tamburi
- percossi dalle mani, e i cavi cimbali,
- rauchi suonano i corni, e minacciosi,
- e con musica frigia i flauti eccitano
- le menti. E mostrano le armi, segno
- d'una pazzia violenta, ad atterrire
- gli animi ingrati, i cuori scellerati
- del volgo col terrore che promana
- dalla sacra presenza della dea.
- Appena dunque è portata sul carro
- nelle grandi città muta elargisce
- ai mortali una tacita salvezza.
- Di bronzo e argento cospargono tutte
- le strade che percorre, l'arricchiscono
- con grandi offerte e nevicano rose
- a far ombra alla Madre ed alla folla
- del corteo. Qui un manipolo di armati,
- detti dai Greci Cureti, se a volte
- danzano tra le schiere frigie e balzano
- ritmicamente, felici del sangue,
- e oscillano le teste con criniere
- terribili richiamano i Cureti
- Dittei che un tempo, si racconta, a Creta,
- occultarono il pianto di neonato
- di Giove quando con rapida danza,
- bambini intorno a un bambino, batterono
- armati bronzo con bronzo affinché
- non lo scoprisse Saturno, sbranandolo,
- ed aprendo nel cuore della Madre
- una ferita eterna. È per questo
- che armati scortano la Grande Madre
- o mostrano in tal modo che la dea
- esorta a difendere con le armi
- e la virtù la terra patria e ad essere
- pronti ad offrire sostegno ed onore
- ai propri genitori. Queste cose,
- benché trasmesse con cura e con grande
- eleganza son spinte tuttavia
- dalla vera ragione ben lontano.
- Di per sé occorre infatti che fruisca
- ogni natura divina di un tempo
- eterno in somma pace, separata,
- molto lontana dalle nostre cose.
- Priva d'ogni dolore, infatti, e d'ogni
- pericolo, potente per le sole
- sue risorse, di noi non ha bisogno,
- non viene conquistata dalle azioni
- meritorie né mai la tocca l'ira.
- E del resto la terra non ha sensi
- né mai n'ebbe; e poiché possiede in sé
- i primordi di molte cose, molte
- ne porta fuori alla luce del sole
- in molteplici modi. E se a qualcuno
- piace chiamare Cerere o Nettuno
- le messi e il mare o indicare il vino
- abusando del nome del dio Bacco
- gli si conceda pure di chiamare
- la Terra Madre degli dei, a patto
- che in effetti s'astenga dal toccare
- l'animo con la turpe religione.
- 1 C'è nel testo latino un gioco di parole che va perso nella traduzione: la scorta è frigia perché da lì si diffondono le messi, fruges.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Illud in his obsignatum quoque rebus habere
- convenit et memori mandatum mente tenere,
- nil esse, in promptu quorum natura videtur,
- quod genere ex uno consistat principiorum,
- nec quicquam quod non permixto semine constet;
- et quodcumque magis vis multas possidet in se
- atque potestates, ita plurima principiorum
- in sese genera ac varias docet esse figuras.
- principio tellus habet in se corpora prima
- unde mare immensum volventes frigora fontes
- assidue renovent, habet ignes unde oriantur.
- nam multis succensa locis ardent sola terrae,
- ex imis vero furit ignibus impetus Aetnae.
- tum porro nitidas fruges arbustaque laeta
- gentibus humanis habet unde extollere possit,
- unde etiam fluvios frondis et pabula laeta
- montivago generi possit praebere ferarum.
- quare magna deum mater materque ferarum
- et nostri genetrix haec dicta est corporis una.
- Hanc veteres Graium docti cecinere poetae1
- ⟨...⟩
- sedibus in curru biiugos agitare leones,
- aeris in spatio magnam pendere docentes
- tellurem neque posse in terra sistere terram.
- adiunxere feras, quia quamvis effera proles
- officiis debet molliri victa parentum.
- muralique caput summum cinxere corona,
- eximiis munita locis quia sustinet urbis;
- quo nunc insigni per magnas praedita terras
- horrifice fertur divinae matris imago.
- hanc variae gentes antiquo more sacrorum
- Idaeam vocitant matrem Phrygiasque catervas
- dant comites, quia primum ex illis finibus edunt
- per terrarum orbem fruges coepisse creari.
- gallos attribuunt, quia, numen qui violarint
- matris et ingrati genitoribus inventi sint,
- significare volunt indignos esse putandos,
- vivam progeniem qui in oras luminis edant.
- tympana tenta tonant palmis et cymbala circum
- concava, raucisonoque minantur cornua cantu,
- et Phrygio stimulat numero cava tibia mentis,
- telaque praeportant violenti signa furoris,
- ingratos animos atque impia pectora vulgi
- conterrere metu quae possint numini’ divae.
- ergo cum primum magnas invecta per urbis
- munificat tacita mortalis muta salute,
- aere atque argento sternunt iter omne viarum
- largifica stipe ditantes ninguntque rosarum
- floribus umbrantes matrem comitumque catervas.
- hic armata manus, Curetas nomine Grai
- quos memorant Phrygios, inter se forte ⟨quod armis⟩2
- ludunt in numerumque exsultant sanguine laeti
- terrificas capitum quatientes numine cristas,
- Dictaeos referunt Curetas qui Iovis illum
- vagitum in Creta quondam occultasse feruntur,
- cum pueri circum puerum pernice chorea3
- armati in numerum pulsarent aeribus aera,
- ne Saturnus eum malis mandaret adeptus4
- aeternumque daret matri sub pectore vulnus.
- propterea magnam armati matrem comitantur,
- aut quia significant divam praedicere ut armis
- ac virtute velint patriam defendere terram
- praesidioque parent decorique parentibus esse.
- quae bene et eximie quamvis disposta ferantur,
- longe sunt tamen a vera ratione repulsa.
- omnis enim per se divum natura necessest
- immortali aevo summa cum pace fruatur
- semota ab nostris rebus seiunctaque longe.
- nam privata dolore omni, privata periclis,
- ipsa suis pollens opibus, nil indiga nostri,
- nec bene promeritis capitur neque tangitur ira.
- terra quidem vero caret omni tempore sensu,
- et quia multarum potitur primordia rerum,
- multa modis multis effert in lumina solis.
- hic siquis mare Neptunum Cereremque vocare
- constituet fruges et Bacchi nomine abuti
- mavult quam laticis proprium proferre vocamen,
- concedamus ut hic terrarum dictitet orbem
- esse deum matrem, dum vera re tamen ipse
- religione animum turpi contingere parcat.
- 1 600/601. Q lascia in questo punto uno spazio di due righe e Bailey lo segnala con l'asterisco. Che vi sia realmente una lacuna è tuttavia dubbio: in commento Bailey osserva che lo spazio può spiegarsi con l'incertezza dello scriba sulla collocazione del titoletto De Matre Magna, tanto più che Q comincia il verso seguente con edibus, la s aggiunta in margine come per l'iniziale destinata al rubricatore. Sono stati proposti due supplementi: Lachmann integra magnifice divam ex ipsis penetralibu' vectam, Diels montibus egressam Phrygiae celsisque solere, che Bailey giudica più probabile quanto al senso. Nessuno dei due è accolto nel testo.
- 2 630. Il verso è il più tormentato del passo. O ha cateruas, ripetuto per errore dal v. 628, e Q catenas. Lachmann espunge la parola come dittografia e integra quod armis, congiunzione che regge ludunt: la schiera è allora detta dai Greci "Cureti frigi", e inter se significa che i suoi membri si esibiscono in armi fra loro. Diels conserva invece catervas, legge Phrygias per Phrygios e si per se, e sposta la virgola dopo memorant: la scena diventa quella di una schiera armata che danza in mezzo al corteo frigio. Bailey stampa il testo di Lachmann, ma in commento dichiara di preferire la soluzione di Diels, obiettando che non si vede perché i Greci avrebbero chiamato quella schiera con il nome di Cureti frigi, e che il nome dei Cureti non è mai applicato ai Frigi; e a questa obiezione mi attengo nella traduzione.
- 3 635. Dopo questo verso i manoscritti ne hanno un altro, armat et in numerum pernice chorea, che gli editori espungono, perché è evidentemente conflato dai due versi che lo racchiudono. Il numero 636 resta perciò vacante, e la numerazione passa direttamente al 637.
- 4 638. Mandaret è ambiguo. Bailey si chiede se vada inteso come "affidare alle fauci", espressione che giudica assai innaturale, o se derivi da una forma di prima coniugazione di mandere, "masticare", e propende per il secondo valore. La traduzione segue questa lettura.
Testo latino: Cyril Bailey
Il passo comincia con un semplice corollario del passo precedente: tutte le cose sono composte di atomi, ma nessuna di atomi di un solo genere; la varietà degli atomi è maggiore nelle cose che si mostrano molto potenti e versatili. Il primo esempio è la terra, da cui nascono le sorgenti e al tempo stesso il fuoco dei vulcani, e che alimenta le messi e gli alberi. Per questo suo potere, osserva Lucrezio, è stata chiamata Grande Madre.
A questa premessa filosofica segue una descrizione di grande efficacia – sembra quasi di essere presenti – della processione della dea. Prima di analizzarla occorre qualche informazione sulla dea e il suo culto. Lucrezio la chiama genetrix (v. 599) degli dei, delle fiere e del nostro corpo. Il pensiero va, naturalmente, a Venere, chiamata genetrix nel primo verso del poema. La Grande Madre del passo è identificata dalla maggior parte degli studiosi con Cibele, il cui culto a Roma rappresenta una novità inquietante, anche per la sua violenza, ma che pure ha radici profondamente legate all’identità romana: Cibele è la dea del monte Ida in Frigia, cioè della montagna che sovrasta la Troade. È la divinità troiana per eccellenza. E Roma discende da Troia, secondo il mito. Tuttavia il culto di Cibele non è portato a Roma da Enea, e penetra solo durante la seconda guerra punica, restando però un culto estraneo, guardato con sospetto, come mostra questo stesso passo di Lucrezio.
La descrizione del corteo è affollata di sacerdoti e di strumenti, e in mezzo ad essi compare una schiera armata. Nei versi 629-630 Lucrezio li chiama Cureti e afferma che quella schiera richiama i Cureti Dittei cretesi. Ma i sacerdoti armati di Cibele non erano i Cureti, bensì i Coribanti; i Cureti appartengono al culto di Rea, la Titanide greca che ha partorito Zeus a Creta. La confusione tra le due divinità è stata resa possibile dall’esistenza di un monte Ida anche in Creta e dalla somiglianza dei due cortei di giovani armati. Di qui il richiamo al mito dei Cureti che circondarono Zeus neonato, nascosto dalla madre Rea nell’antro cretese perché Crono non lo divorasse come aveva fatto con i fratelli, e danzando in cerchio ne coprirono il vagito battendo bronzo contro bronzo.
Non possiamo sapere con certezza quali siano i Graium docti poetae cui Lucrezio fa riferimento al verso 600; attribuisce alla loro interpretazione simbolica del culto anche la teoria cosmologica della sospensione della Terra nello spazio, cosa che fa pensare alla poesia filosofica presocratica. Tutto quel sistema di spiegazioni viene però respinto in un solo verso: per quanto sia tramandato bene e in bell’ordine, è lontano dalla vera ragione (v. 645). Il bersaglio polemico del passo è ancora una volta la religione. Divinizzare la Terra vuol dire ritenere che essa possa avere un rapporto in qualche modo personale con noi, come la dea portata in processione che munificat (v. 625) i fedeli. Gli dei non si curano di nessuno, come insegna Epicuro; sono distanti da noi, chiusi nella loro perfezione.
Resta l’uso poetico dei nomi divini, e su questo Lucrezio concede. Si può ricorrere alla metonimia, chiamando Nettuno il mare e Cerere le messi, e persino abusare del nome di Bacco invece di usare il vocamen proprio del vino (v. 657), il suo nome vero; si può anche, con una perifrasi, dire la Terra madre degli dei. Si tratta comunque di maneggiare qualcosa di pericoloso: il rischio è che la turpe religione (anche qui: non superstizione, ma religione) giunga a contaminarci l’animo. È anche il criterio con cui rileggere l’inno a Venere che apre il poema.
Latino 80 vv.
- Illud in his obsignatum quoque rebus habere
- convenit et memori mandatum mente tenere,
- nil esse, in promptu quorum natura videtur,
- quod genere ex uno consistat principiorum,
- nec quicquam quod non permixto semine constet;
- et quodcumque magis vis multas possidet in se
- atque potestates, ita plurima principiorum
- in sese genera ac varias docet esse figuras.
- principio tellus habet in se corpora prima
- unde mare immensum volventes frigora fontes
- assidue renovent, habet ignes unde oriantur.
- nam multis succensa locis ardent sola terrae,
- ex imis vero furit ignibus impetus Aetnae.
- tum porro nitidas fruges arbustaque laeta
- gentibus humanis habet unde extollere possit,
- unde etiam fluvios frondis et pabula laeta
- montivago generi possit praebere ferarum.
- quare magna deum mater materque ferarum
- et nostri genetrix haec dicta est corporis una.
- Hanc veteres Graium docti cecinere poetae1
- ⟨...⟩
- sedibus in curru biiugos agitare leones,
- aeris in spatio magnam pendere docentes
- tellurem neque posse in terra sistere terram.
- adiunxere feras, quia quamvis effera proles
- officiis debet molliri victa parentum.
- muralique caput summum cinxere corona,
- eximiis munita locis quia sustinet urbis;
- quo nunc insigni per magnas praedita terras
- horrifice fertur divinae matris imago.
- hanc variae gentes antiquo more sacrorum
- Idaeam vocitant matrem Phrygiasque catervas
- dant comites, quia primum ex illis finibus edunt
- per terrarum orbem fruges coepisse creari.
- gallos attribuunt, quia, numen qui violarint
- matris et ingrati genitoribus inventi sint,
- significare volunt indignos esse putandos,
- vivam progeniem qui in oras luminis edant.
- tympana tenta tonant palmis et cymbala circum
- concava, raucisonoque minantur cornua cantu,
- et Phrygio stimulat numero cava tibia mentis,
- telaque praeportant violenti signa furoris,
- ingratos animos atque impia pectora vulgi
- conterrere metu quae possint numini’ divae.
- ergo cum primum magnas invecta per urbis
- munificat tacita mortalis muta salute,
- aere atque argento sternunt iter omne viarum
- largifica stipe ditantes ninguntque rosarum
- floribus umbrantes matrem comitumque catervas.
- hic armata manus, Curetas nomine Grai
- quos memorant Phrygios, inter se forte ⟨quod armis⟩2
- ludunt in numerumque exsultant sanguine laeti
- terrificas capitum quatientes numine cristas,
- Dictaeos referunt Curetas qui Iovis illum
- vagitum in Creta quondam occultasse feruntur,
- cum pueri circum puerum pernice chorea3
- armati in numerum pulsarent aeribus aera,
- ne Saturnus eum malis mandaret adeptus4
- aeternumque daret matri sub pectore vulnus.
- propterea magnam armati matrem comitantur,
- aut quia significant divam praedicere ut armis
- ac virtute velint patriam defendere terram
- praesidioque parent decorique parentibus esse.
- quae bene et eximie quamvis disposta ferantur,
- longe sunt tamen a vera ratione repulsa.
- omnis enim per se divum natura necessest
- immortali aevo summa cum pace fruatur
- semota ab nostris rebus seiunctaque longe.
- nam privata dolore omni, privata periclis,
- ipsa suis pollens opibus, nil indiga nostri,
- nec bene promeritis capitur neque tangitur ira.
- terra quidem vero caret omni tempore sensu,
- et quia multarum potitur primordia rerum,
- multa modis multis effert in lumina solis.
- hic siquis mare Neptunum Cereremque vocare
- constituet fruges et Bacchi nomine abuti
- mavult quam laticis proprium proferre vocamen,
- concedamus ut hic terrarum dictitet orbem
- esse deum matrem, dum vera re tamen ipse
- religione animum turpi contingere parcat.
- 1 600/601. Q lascia in questo punto uno spazio di due righe e Bailey lo segnala con l'asterisco. Che vi sia realmente una lacuna è tuttavia dubbio: in commento Bailey osserva che lo spazio può spiegarsi con l'incertezza dello scriba sulla collocazione del titoletto De Matre Magna, tanto più che Q comincia il verso seguente con edibus, la s aggiunta in margine come per l'iniziale destinata al rubricatore. Sono stati proposti due supplementi: Lachmann integra magnifice divam ex ipsis penetralibu' vectam, Diels montibus egressam Phrygiae celsisque solere, che Bailey giudica più probabile quanto al senso. Nessuno dei due è accolto nel testo.
- 2 630. Il verso è il più tormentato del passo. O ha cateruas, ripetuto per errore dal v. 628, e Q catenas. Lachmann espunge la parola come dittografia e integra quod armis, congiunzione che regge ludunt: la schiera è allora detta dai Greci "Cureti frigi", e inter se significa che i suoi membri si esibiscono in armi fra loro. Diels conserva invece catervas, legge Phrygias per Phrygios e si per se, e sposta la virgola dopo memorant: la scena diventa quella di una schiera armata che danza in mezzo al corteo frigio. Bailey stampa il testo di Lachmann, ma in commento dichiara di preferire la soluzione di Diels, obiettando che non si vede perché i Greci avrebbero chiamato quella schiera con il nome di Cureti frigi, e che il nome dei Cureti non è mai applicato ai Frigi; e a questa obiezione mi attengo nella traduzione.
- 3 635. Dopo questo verso i manoscritti ne hanno un altro, armat et in numerum pernice chorea, che gli editori espungono, perché è evidentemente conflato dai due versi che lo racchiudono. Il numero 636 resta perciò vacante, e la numerazione passa direttamente al 637.
- 4 638. Mandaret è ambiguo. Bailey si chiede se vada inteso come "affidare alle fauci", espressione che giudica assai innaturale, o se derivi da una forma di prima coniugazione di mandere, "masticare", e propende per il secondo valore. La traduzione segue questa lettura.
Traduzione 117 vv.
- Al riguardo conviene anche fissare
- nella mente e affidare alla memoria
- questo: tra tutto ciò di cui vediamo
- apertamente la natura nulla
- è formato da semi d’un sol genere,
- nulla senza una qualche commistione
- di semi appartenenti a vari generi.
- Quanto più una certa cosa ha in sé
- forze e facoltà, tanto più mostra
- d'avere in sé innumerevoli specie
- di principi, e forme assai diverse.
- In primo luogo la terra possiede
- in sé quei corpi primi con i quali
- le sorgenti, volgendo acque gelide,
- di continuo rinnovano l'immenso
- mare e ha quelli da cui nasce il fuoco:
- in molti luoghi infatti arde il suolo
- per un calore sotterraneo; il fuoco
- erutta poi nell’impeto dell’Etna.
- Ha poi ancora gli atomi che possono
- far nascere per gli uomini le messi
- rigogliose e gli alberi fecondi,
- ed altri per offrire agli animali
- che vagano sui monti corsi d’acqua
- e fogliame e pascoli abbondanti.
- Per questo Grande Madre degli dei
- lei sola fu chiamata, e delle fiere
- e genitrice poi del nostro corpo.
- Di lei cantarono i dotti poeti
- antichi della Grecia che dal seggio
- sul suo carro incitasse due leoni
- aggiogati, insegnando che la grande
- terra è sospesa nello spazio aereo
- né può poggiar la terra sulla terra.
- Al suo carro aggiogarono le fiere
- perché la prole, per quanto selvatica,
- deve addolcirsi, cedendo alle cure
- dei genitori, e la testa le cinsero
- d’una corona turrita perché
- fortificata in posizioni scelte
- difende le città. Con queste insegne
- oggi ancora l’icona della Madre
- divina è trasportata in ogni terra
- ovunque suscitando un sacro orrore.
- Madre Idea è il nome con cui molte
- genti la invocano, seguendo il culto
- antico e dandole una scorta frigia
- perché da quei territori dapprima,
- sostengono, iniziarono le messi
- ad esser generate per l'intero
- globo terrestre. Al suo seguito mettono
- i Galli a dire che coloro che hanno
- offeso la divina autorità
- della Madre e si sono dimostrati
- ingrati verso i loro genitori
- vanno creduti non degni di dare
- viva progenie al mondo della luce.
- Tesi intorno rimbombano i tamburi
- percossi dalle mani, e i cavi cimbali,
- rauchi suonano i corni, e minacciosi,
- e con musica frigia i flauti eccitano
- le menti. E mostrano le armi, segno
- d'una pazzia violenta, ad atterrire
- gli animi ingrati, i cuori scellerati
- del volgo col terrore che promana
- dalla sacra presenza della dea.
- Appena dunque è portata sul carro
- nelle grandi città muta elargisce
- ai mortali una tacita salvezza.
- Di bronzo e argento cospargono tutte
- le strade che percorre, l'arricchiscono
- con grandi offerte e nevicano rose
- a far ombra alla Madre ed alla folla
- del corteo. Qui un manipolo di armati,
- detti dai Greci Cureti, se a volte
- danzano tra le schiere frigie e balzano
- ritmicamente, felici del sangue,
- e oscillano le teste con criniere
- terribili richiamano i Cureti
- Dittei che un tempo, si racconta, a Creta,
- occultarono il pianto di neonato
- di Giove quando con rapida danza,
- bambini intorno a un bambino, batterono
- armati bronzo con bronzo affinché
- non lo scoprisse Saturno, sbranandolo,
- ed aprendo nel cuore della Madre
- una ferita eterna. È per questo
- che armati scortano la Grande Madre
- o mostrano in tal modo che la dea
- esorta a difendere con le armi
- e la virtù la terra patria e ad essere
- pronti ad offrire sostegno ed onore
- ai propri genitori. Queste cose,
- benché trasmesse con cura e con grande
- eleganza son spinte tuttavia
- dalla vera ragione ben lontano.
- Di per sé occorre infatti che fruisca
- ogni natura divina di un tempo
- eterno in somma pace, separata,
- molto lontana dalle nostre cose.
- Priva d'ogni dolore, infatti, e d'ogni
- pericolo, potente per le sole
- sue risorse, di noi non ha bisogno,
- non viene conquistata dalle azioni
- meritorie né mai la tocca l'ira.
- E del resto la terra non ha sensi
- né mai n'ebbe; e poiché possiede in sé
- i primordi di molte cose, molte
- ne porta fuori alla luce del sole
- in molteplici modi. E se a qualcuno
- piace chiamare Cerere o Nettuno
- le messi e il mare o indicare il vino
- abusando del nome del dio Bacco
- gli si conceda pure di chiamare
- la Terra Madre degli dei, a patto
- che in effetti s'astenga dal toccare
- l'animo con la turpe religione.
- 1 C'è nel testo latino un gioco di parole che va perso nella traduzione: la scorta è frigia perché da lì si diffondono le messi, fruges.