Il numero degli atomi di ciascuna forma è infinito
- A quanto ho già insegnato aggiungerò
- una cosa che ne è la conseguenza
- e ne trae verità: gli atomi simili
- tra loro per la forma e la figura
- sono infiniti. Ed essendo finita
- la varietà delle forme, bisogna
- che sia infinito il numero degli atomi
- che hanno una forma simile, altrimenti
- dovremo ritenere che l’insieme
- di tutta la materia sia finito:
- e ho provato che ciò non è possibile
- mostrando nei miei versi che i corpuscoli
- della materia senza interruzione
- dall'infinito tengono l'insieme
- delle cose, con una successione
- continua di urti da tutte le parti.
- Se osservi poi che vi sono animali
- più rari e scorgi in essi una natura
- meno feconda, può essere che altrove
- in un luogo remoto della terra
- ve ne siano tanti da colmarne
- il numero. Vediamo tra i quadrupedi
- essere in primo luogo gli elefanti
- che hanno la mano a forma di serpente
- che come un vallo d'avorio difendono
- l'India a migliaia e migliaia, sì che
- penetrarvi è impossibile: è tale
- la quantità di simili animali
- di cui vediamo ben pochi esemplari.
- Ma ti concedo anche questo: poniamo
- l’esistenza d’un essere qualsiasi
- che sia unico, solo con il corpo
- con cui è nato, tale che nel mondo
- intero non vi sia un altro simile:
- se non vi fosse però un'infinita
- quantità di materia, da cui sia
- concepito e prodotto, non potrebbe
- esser creato né peraltro crescere
- e nutrirsi. Se anche supponessi
- sparsi di qua e di là nell'universo
- i corpi genitali di quest'essere
- unico, in numero finito, donde,
- dove, con quale forza, in quale modo
- si scontreranno e si uniranno in tale
- gran mare di materia, in una folla
- estranea? Credo che non abbiano
- alcun modo d’unirsi. Come quando
- dopo molti naufragi il grande mare
- getta qua e là gli scafi, i banchi, i remi
- galleggianti, gli alberi, le prore
- e le antenne, così che su ogni spiaggia
- si vedono gli aplustri abbandonati
- ai flutti, ad avvertire noi mortali
- di evitare le insidie la violenza
- i tranelli del mare ingannatore,
- a non credergli mai, in nessun tempo,
- nemmeno quando è calmo e ti sorride
- e ti chiama con voce seducente,
- così, se poni un numero finito
- agli atomi d’un genere qualsiasi,
- essi, sparsi nel tempo senza fine,
- saranno sballottati in ogni dove
- da correnti contrarie di materia,
- così che non potranno mai cozzare
- e unirsi, permanere nell’unione
- e accrescersi. Che entrambe queste cose
- avvengano lo insegna la realtà:
- le cose sono generate e possono
- accrescersi una volta nate. E dunque
- è manifesto che in qualunque genere
- gli atomi sono infiniti e da essi
- tutte le cose sono rifornite.
- Né dunque i moti distruttivi possono
- prevalere in perpetuo e seppellire
- la salvezza in eterno, né del resto
- i moti che producono le cose
- e le accrescono possono in perpetuo
- conservare le cose generate.
- Così da un tempo infinito si svolge
- con lotta pari una guerra tra gli atomi:
- ora di qua ora di là prevalgono
- le forze della vita, e così pure
- vengono superate. Ed ai vagiti
- dei neonati che s’aprono alla luce
- s’unisce il pianto funebre; né al giorno
- segue una notte né alla notte un’alba
- che non oda l’affanno dei vagiti
- misto al pianto, compagno della morte
- e delle tristi cerimonie funebri.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Quod quoniam docui, pergam conectere rem quae
- ex hoc apta fidem ducat, primordia rerum,
- inter se simili quae sunt perfecta figura,
- infinita cluere. etenim distantia cum sit
- formarum finita, necesse est quae similes sint
- esse infinitas aut summam materiai
- finitam constare, id quod non esse probavi
- versibus ostendens corpuscula materiai
- ex infinito summam rerum usque tenere,
- undique protelo plagarum continuato.
- nam quod rara vides magis esse animalia quaedam
- fecundamque minus naturam cernis in illis,
- at regione locoque alio terrisque remotis
- multa licet genere esse in eo numerumque repleri;
- sicut quadrupedum cum primis esse videmus
- in genere anguimanus elephantos, India quorum
- milibus e multis vallo munitur eburno,
- ut penitus nequeat penetrari: tanta ferarum
- vis est, quarum nos perpauca exempla videmus.
- sed tamen id quoque uti concedam, quamlibet esto
- unica res quaedam nativo corpore sola,
- cui similis toto terrarum 〈non〉 sit 〈in〉 orbe;
- infinita tamen nisi erit vis materiai
- unde ea progigni possit concepta, creari
- non poterit, neque, quod superest, procrescere alique.
- quippe etenim sumam hoc quoque uti finita per omne
- corpora iactari unius genitalia rei,
- unde ubi qua vi et quo pacto congressa coibunt
- materiae tanto in pelago turbaque aliena?
- non, ut opinor, habent rationem conciliandi,
- sed quasi naufragiis magnis multisque coortis
- disiectare solet magnum mare transtra cavernas
- antemnas proram malos tonsasque natantis,
- per terrarum omnis oras fluitantia aplustra
- ut videantur et indicium mortalibus edant,
- infidi maris insidias virisque dolumque
- ut vitare velint, neve ullo tempore credant,
- subdola cum ridet placidi pellacia ponti,
- sic tibi si finita semel primordia quaedam
- constitues, aevum debebunt sparsa per omnem
- disiectare aestus diversi materiai,
- numquam in concilium ut possint compulsa coire
- nec remorari in concilio nec crescere adaucta;
- quorum utrumque palam fieri manifesta docet res,
- et res progigni et genitas procrescere posse.
- esse igitur genere in quovis primordia rerum
- infinita palam est unde omnia suppeditantur.
- Nec superare queunt motus itaque exitiales
- perpetuo neque in aeternum sepelire salutem,
- nec porro rerum genitales auctificique
- motus perpetuo possunt servare creata.
- sic aequo geritur certamine principiorum
- ex infinito contractum tempore bellum.
- nunc hic nunc illic superant vitalia rerum
- et superantur item. miscetur funere vagor
- quem pueri tollunt visentes luminis oras;
- nec nox ulla diem neque noctem aurora secutast
- quae non audierit mixtos vagitibus aegris
- ploratus mortis comites et funeris atri.
Testo latino: Cyril Bailey
Dimostrato che le forme atomiche sono di numero finito, Lucrezio ne trae il teorema complementare: se le forme sono finite e la materia infinita, gli atomi di ciascuna forma devono essere infiniti di numero. Da questo dipende che ogni specie di cosa possa continuare a esistere.
Interviene subito un’obiezione: perché allora alcuni animali sono così rari e poco fecondi? La risposta sposta il problema dall’ontologia all’epistemologia. Quella rarità è rarità per noi; ciò che scarseggia sotto i nostri occhi abbonda altrove. L’esempio degli elefanti è scelto con precisione, perché un lettore romano ne aveva visti pochissimi esemplari e poteva crederli quasi favolosi: l’India invece ne è talmente piena che le zanne vi formano un vallo d’avorio impenetrabile.
Lucrezio concede poi l’ipotesi più estrema: esista pure un essere assolutamente unico. Anche così, senza una quantità infinita di materia non potrebbe essere concepito, né nascere, né crescere e nutrirsi, poiché la nutrizione è processo continuo, che esige un rifornimento inesauribile. Se i suoi semi generativi fossero di numero finito e sballottati per l’universo, come potrebbero incontrarsi in un oceano di materia, in una folla di elementi estranei? Come il mare disperde banchi, alberi, prore e remi lungo tutte le coste, così pochi atomi dispersi nell’immensità resterebbero separati per sempre. L’argomento si rovescia infine in prova: poiché le cose nascono e crescono, e questo lo insegna l’evidenza sensibile, gli atomi sono infiniti in ogni genere.
Ne segue la conseguenza cosmologica. Nessuna delle due famiglie di moti può prevalere in perpetuo: se vincessero quelli distruttivi tutto sarebbe già finito, se vincessero i generativi nulla morirebbe. Di qui l’immagine della guerra combattuta con forze pari, ingaggiata da tempo infinito, dove la vittoria è locale e reciproca. Da questa fisica nasce, senza soluzione di continuità, la suggestiva parte finale. Il vagito del neonato che vede per la prima volta le regioni della luce si mescola al lamento funebre; nessuna notte ha mai seguito il giorno, né alcuna aurora la notte, senza che si udissero insieme i pianti della nascita e quelli della morte. L’equilibrio degli atomi è questa simultaneità di culle e di funerali, e la sequenza è costruita a specchio così che i due termini si scambino di posto come le forze di cui sono l’effetto.
Latino 59 vv.
- Quod quoniam docui, pergam conectere rem quae
- ex hoc apta fidem ducat, primordia rerum,
- inter se simili quae sunt perfecta figura,
- infinita cluere. etenim distantia cum sit
- formarum finita, necesse est quae similes sint
- esse infinitas aut summam materiai
- finitam constare, id quod non esse probavi
- versibus ostendens corpuscula materiai
- ex infinito summam rerum usque tenere,
- undique protelo plagarum continuato.
- nam quod rara vides magis esse animalia quaedam
- fecundamque minus naturam cernis in illis,
- at regione locoque alio terrisque remotis
- multa licet genere esse in eo numerumque repleri;
- sicut quadrupedum cum primis esse videmus
- in genere anguimanus elephantos, India quorum
- milibus e multis vallo munitur eburno,
- ut penitus nequeat penetrari: tanta ferarum
- vis est, quarum nos perpauca exempla videmus.
- sed tamen id quoque uti concedam, quamlibet esto
- unica res quaedam nativo corpore sola,
- cui similis toto terrarum 〈non〉 sit 〈in〉 orbe;
- infinita tamen nisi erit vis materiai
- unde ea progigni possit concepta, creari
- non poterit, neque, quod superest, procrescere alique.
- quippe etenim sumam hoc quoque uti finita per omne
- corpora iactari unius genitalia rei,
- unde ubi qua vi et quo pacto congressa coibunt
- materiae tanto in pelago turbaque aliena?
- non, ut opinor, habent rationem conciliandi,
- sed quasi naufragiis magnis multisque coortis
- disiectare solet magnum mare transtra cavernas
- antemnas proram malos tonsasque natantis,
- per terrarum omnis oras fluitantia aplustra
- ut videantur et indicium mortalibus edant,
- infidi maris insidias virisque dolumque
- ut vitare velint, neve ullo tempore credant,
- subdola cum ridet placidi pellacia ponti,
- sic tibi si finita semel primordia quaedam
- constitues, aevum debebunt sparsa per omnem
- disiectare aestus diversi materiai,
- numquam in concilium ut possint compulsa coire
- nec remorari in concilio nec crescere adaucta;
- quorum utrumque palam fieri manifesta docet res,
- et res progigni et genitas procrescere posse.
- esse igitur genere in quovis primordia rerum
- infinita palam est unde omnia suppeditantur.
- Nec superare queunt motus itaque exitiales
- perpetuo neque in aeternum sepelire salutem,
- nec porro rerum genitales auctificique
- motus perpetuo possunt servare creata.
- sic aequo geritur certamine principiorum
- ex infinito contractum tempore bellum.
- nunc hic nunc illic superant vitalia rerum
- et superantur item. miscetur funere vagor
- quem pueri tollunt visentes luminis oras;
- nec nox ulla diem neque noctem aurora secutast
- quae non audierit mixtos vagitibus aegris
- ploratus mortis comites et funeris atri.
Traduzione 89 vv.
- A quanto ho già insegnato aggiungerò
- una cosa che ne è la conseguenza
- e ne trae verità: gli atomi simili
- tra loro per la forma e la figura
- sono infiniti. Ed essendo finita
- la varietà delle forme, bisogna
- che sia infinito il numero degli atomi
- che hanno una forma simile, altrimenti
- dovremo ritenere che l’insieme
- di tutta la materia sia finito:
- e ho provato che ciò non è possibile
- mostrando nei miei versi che i corpuscoli
- della materia senza interruzione
- dall'infinito tengono l'insieme
- delle cose, con una successione
- continua di urti da tutte le parti.
- Se osservi poi che vi sono animali
- più rari e scorgi in essi una natura
- meno feconda, può essere che altrove
- in un luogo remoto della terra
- ve ne siano tanti da colmarne
- il numero. Vediamo tra i quadrupedi
- essere in primo luogo gli elefanti
- che hanno la mano a forma di serpente
- che come un vallo d'avorio difendono
- l'India a migliaia e migliaia, sì che
- penetrarvi è impossibile: è tale
- la quantità di simili animali
- di cui vediamo ben pochi esemplari.
- Ma ti concedo anche questo: poniamo
- l’esistenza d’un essere qualsiasi
- che sia unico, solo con il corpo
- con cui è nato, tale che nel mondo
- intero non vi sia un altro simile:
- se non vi fosse però un'infinita
- quantità di materia, da cui sia
- concepito e prodotto, non potrebbe
- esser creato né peraltro crescere
- e nutrirsi. Se anche supponessi
- sparsi di qua e di là nell'universo
- i corpi genitali di quest'essere
- unico, in numero finito, donde,
- dove, con quale forza, in quale modo
- si scontreranno e si uniranno in tale
- gran mare di materia, in una folla
- estranea? Credo che non abbiano
- alcun modo d’unirsi. Come quando
- dopo molti naufragi il grande mare
- getta qua e là gli scafi, i banchi, i remi
- galleggianti, gli alberi, le prore
- e le antenne, così che su ogni spiaggia
- si vedono gli aplustri abbandonati
- ai flutti, ad avvertire noi mortali
- di evitare le insidie la violenza
- i tranelli del mare ingannatore,
- a non credergli mai, in nessun tempo,
- nemmeno quando è calmo e ti sorride
- e ti chiama con voce seducente,
- così, se poni un numero finito
- agli atomi d’un genere qualsiasi,
- essi, sparsi nel tempo senza fine,
- saranno sballottati in ogni dove
- da correnti contrarie di materia,
- così che non potranno mai cozzare
- e unirsi, permanere nell’unione
- e accrescersi. Che entrambe queste cose
- avvengano lo insegna la realtà:
- le cose sono generate e possono
- accrescersi una volta nate. E dunque
- è manifesto che in qualunque genere
- gli atomi sono infiniti e da essi
- tutte le cose sono rifornite.
- Né dunque i moti distruttivi possono
- prevalere in perpetuo e seppellire
- la salvezza in eterno, né del resto
- i moti che producono le cose
- e le accrescono possono in perpetuo
- conservare le cose generate.
- Così da un tempo infinito si svolge
- con lotta pari una guerra tra gli atomi:
- ora di qua ora di là prevalgono
- le forze della vita, e così pure
- vengono superate. Ed ai vagiti
- dei neonati che s’aprono alla luce
- s’unisce il pianto funebre; né al giorno
- segue una notte né alla notte un’alba
- che non oda l’affanno dei vagiti
- misto al pianto, compagno della morte
- e delle tristi cerimonie funebri.