Varietà delle forme degli atomi
- Adesso proseguiamo. Ascolta quali
- sono i primi principi delle cose
- e considera quanto sono vari
- tra di loro per forma e per figura;
- anche se molti hanno una forma simile
- non tutti sono in tutto uguali a tutti.
- E questo non sorprende: dal momento
- che, come ti ho insegnato, sono tanti
- da non avere fine né totale
- certo bisogna che non tutti siano
- uguali a tutti per forma ed aspetto.
- Ecco il genere umano, ecco i banchi
- dei pesci muti con le loro squame,
- ecco gli alberi lieti, ecco le fiere,
- ecco gli uccelli che affollano i luoghi
- ameni dov'è l'acqua – rive, fonti
- e laghi – e volano attraverso i boschi
- impervi; prendine pure uno a caso
- di qualsivoglia specie, e scoprirai
- che è ben diverso dagli altri. Ed è questa
- la ragione per cui le madri e i cuccioli
- possono riconoscersi a vicenda.
- Lo vediamo: le bestie si conoscono
- tra loro proprio come noi umani.
- Spesso davanti agli ornati santuari
- degli dei, un vitello è immolato
- presso le are che bruciano d'incenso;
- crolla e dal petto esala un caldo fiume
- di sangue. Ma la madre, desolata,
- percorre senza sosta i verdi anfratti
- cerca dovunque la bifida impronta
- getta lo sguardo inquieto in ogni luogo
- se mai vi fosse il cucciolo perduto
- e si ferma e muggisce tanto forte
- da riempire l'intero bosco intorno
- e ritorna alla stalla, e poi ancora,
- straziata dall'assenza di suo figlio,
- e né i teneri salici né l'erba
- vivida di rugiada né quei fiumi
- fluenti fino all'orlo delle sponde
- possono dare alcun diletto all'animo
- o stornare la subitanea pena;
- né può distrarla o alleviare il dolore
- la vista di altri vitelli nel campo
- rigoglioso: perché quello che cerca
- è proprio suo e lo conosce bene.
- E ancora: i teneri capretti dalle
- voci tremule sanno riconoscere
- la testa bicornuta della madre,
- e gli agnellini giocosi la pecora
- belante; e come vuole la natura
- suole ciascuno accorrere alla propria
- mammella colma di latte. Ed infine
- guarda qualsiasi tipo di frumento:
- benché ogni chicco sia simile agli altri
- del medesimo genere c'è sempre
- tra di loro una certa differenza
- Vediamo in modo simile la specie
- delle conchiglie dipingere il grembo
- della terra, là dove le onde molli
- della distesa marina dissetano
- l'arenile dei golfi. E ancora e ancora
- è perciò necessario che i primordi
- delle cose -- poiché sono creati
- dalla natura e non foggiati a mano
- in base al modello d'uno solo
- volteggino diversi tra di loro
- per la figura. È facile spiegare
- in modo razionale perché i fulmini
- abbiano un fuoco ben più penetrante
- di quello delle fiaccole terrene.
- Puoi dire infatti che il fuoco dei fulmini
- celesti ha semi più sottili e piccoli
- e può per questo insinuarsi in pori
- nei quali il nostro fuoco, generato
- dal legno e dalle fiaccole non può
- penetrare. La luce può filtrare
- oltre una lastra di corno che invece
- non consente il passaggio della pioggia. 1
- Questo accade perché la luce ha semi
- più piccoli di quelli che compongono
- il liquido benefico dell'acqua.
- E vediamo che il vino scende rapido
- attraverso un colino, mentre l’olio
- è più lento ed indugia, certamente
- perché è fatto di atomi più grandi
- o più uncinati o più avvinti tra loro;
- le particelle dunque non riescono
- a staccarsi così rapidamente
- tra loro ed a passare una a una
- per ogni poro. Aggiungi il miele e il latte,
- liquidi che accarezzano la lingua
- e lasciano una dolce sensazione
- nella bocca; e invece la centaura
- amara e l'acre assenzio la contorcono
- con il loro sapore disgustoso.
- Riconosci da ciò che le sostanze
- piacevoli al contatto con i sensi
- sono composte da semi rotondi
- e lisci e al contrario quelle amare
- ed aspre sono fatte da uno stretto
- intreccio di atomi uncinati, in grado
- di lacerare i nostri sensi e aprirsi
- con forza un varco dentro il nostro corpo.
- Insomma, tutte le cose che toccano
- i sensi e appaiono buone o cattive
- hanno forme diverse e contrastanti.
- Certo non crederai che il suono stridulo
- della sega, che fa rabbrividire,
- sia prodotto da semi lisci come
- la musica che i suonatori sanno
- con dita esperte trarre dalle corde
- o che alle nostre narici pervengano
- atomi uguali quando si dà fuoco
- a un putrido cadavere o a teatro
- a scena è stata da poco cosparsa
- con croco di Cilicia e lì vicino
- un’ara esala incenso di Pancaia.2
- Nemmeno penserai che quei colori
- buoni, che portano diletto agli occhi,
- siano fatti di semi uguali a quelli
- che ci irritano e ci spingono alle lacrime
- o che appaiono brutti, turpi, orribili.
- Ogni figura che accarezza i sensi
- non è stata creata senza qualche
- levigatezza degli atomi; invece
- quelle sgradevoli ed aspre non senza
- della materia in qualche modo rude.
- Vi sono poi dei semi che a rigore
- non si possono dire levigati
- ma nemmeno uncinati, con le punte
- ritorte, ma piuttosto hanno angolini
- leggermente sporgenti, quanto basta
- per titillare i sensi più che lederli;
- di tal genere i semi della feccia
- e del sapore dell'enula. Infine
- che il fuoco caldo e la gelida brina,
- dentati in modi differenti, pungano
- il nostro senso corporeo – di ciò
- ci danno prova l'uno e l'altro tatto.
- È il tatto infatti, o santa potestà
- dei numi, è il tatto il senso proprio
- del corpo, sia che una cosa s'insinui
- dall'esterno o che invece nata dentro
- lo leda oppure gli dia gioia uscendo
- per via dell'atto fecondo di Venere
- o ancora perché gli atomi, colpiti
- da qualcosa si mettono in subbuglio
- e cozzano tra loro nello stesso
- corpo turbando il senso; ne puoi fare
- da te la prova colpendo una parte
- qualsiasi del corpo con la mano.
- Perciò le forme degli atomi devono
- essere molto diverse tra loro
- sì da produrre sensazioni varie.
- E infine quelle cose che ci appaiono
- spesse e indurite, queste è necessario
- che siano fatte e tenute compatte
- a fondo da elementi più uncinati
- tra loro e quasi avvinti come rami.
- Primi di questo genere le pietre
- di diamante che sfidano ogni colpo
- e le possenti rocce e il ferro duro
- ed il bronzo che stride resistendo
- alle sbarre3. Quei corpi invece che hanno
- liquida consistenza devono essere
- composti per lo più di atomi lisci
- e rotondi: se prendi una sorsata
- di semi di papavero la mandi
- giù come fosse acqua, ché i granelli
- non si trattengono tra loro e scendono
- tutti d’un colpo alla minima scossa.
- Quanto alle cose che vedi svanire
- in un attimo, come fumo, nuvole
- e fiamme, se non sono interamente
- composte d'atomi lisci e rotondi,
- è necessario che li abbiano almeno
- tali che non s'intreccino e impediscano
- a vicenda, così da poter pungere
- il nostro corpo e penetrare i sassi
- senza però aderire tra di loro;
- tutto ciò che ci appare rarefatto
- e in grado tuttavia di urtare i sensi
- è fatto, si comprende facilmente,
- da semi aguzzi ma non intricati.
- Non ti sorprenda poi che alcune cose
- siano al tempo stesso amare e liquide,
- come l’acqua del mare. Essendo liquida
- è fatta di atomi lisci e rotondi
- ma misti ad essi ha anche atomi ruvidi
- che causano il dolore; tuttavia
- questi non è necessario che siano
- avvinti con uncini; sono ruvidi
- pur avendo una forma tondeggiante
- così da poter scorrere e ad un tempo
- ferire i sensi. E perché tu comprenda
- meglio che in essa sono mescolati
- atomi lisci e ruvidi, da dove
- viene l’amaro corpo di Nettuno,
- c’è un modo per dividerli e osservare
- come la parte dolce, se filtrata
- attraverso il terreno più e più volte
- fluisce in una fossa e s'addolcisce
- poiché i semi da cui viene il sapore
- salmastro, essendo ruvidi, rimangono
- in superficie impigliati alla terra.
- 1 Il corno era utilizzato per le lanterne. L'immagine dunque è quella di una lanterna illuminata portata sotto la pioggia.
- 2 La Cilicia era una regione dell’antica Anatolia, attuale Turchia, a nord dell’isola di Cipro. La Pancaia è un’isola non identificata, probabilmente leggendaria (anche se questo passo, con l’indicazione di un preciso prodotto che proviene da essa, lascia presupporre il contrario).
- 3 Non è facile capire esattamente a cosa si riferisca. Giussani: “Il verso parla molto chiaro all'orecchio; ma la forma della chiusura, o apertura, resta per noi indecisa. Si potrebbe pensare anche a quelle guide di ferro, ad arco, infisse nel suolo, sulle quali talora scorrono, nell’aprirsi o chiudersi, le imposte di porte o cancelli”.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Nunc age iam deinceps cunctarum exordia rerum
- qualia sint et quam longe distantia formis
- percipe, multigenis quam sint variata figuris;
- non quo multa parum simili sint praedita forma,
- sed quia non vulgo paria omnibus omnia constant.
- nec mirum; nam cum sit eorum copia tanta
- ut neque finis, uti docui, neque summa sit ulla,
- debent nimirum non omnibus omnia prorsum
- esse pari filo similique adfecta figura.
- praeterea genus humanum mutaeque natantes
- squamigerum pecudes et laeta armenta feraeque1
- et variae volucres, laetantia quae loca aquarum
- concelebrant circum ripas fontisque lacusque,
- et quae pervulgant nemora avia pervolitantes;
- quorum unum quidvis generatim sumere perge,
- invenies tamen inter se differre figuris.
- nec ratione alia proles cognoscere matrem
- nec mater posset prolem; quod posse videmus
- nec minus atque homines inter se nota cluere.
- nam saepe ante deum vitulus delubra decora
- turicremas propter mactatus concidit aras
- sanguinis exspirans calidum de pectore flumen.
- at mater viridis saltus orbata peragrans
- †non quit† humi pedibus vestigia pressa bisulcis,2
- omnia convisens oculis loca si queat usquam
- conspicere amissum fetum, completque querelis
- frondiferum nemus adsistens et crebra revisit
- ad stabulum desiderio perfixa iuvenci,
- nec tenerae salices atque herbae rore vigentes
- fluminaque illa queunt summis labentia ripis
- oblectare animum subitamque avertere curam,
- nec vitulorum aliae species per pabula laeta
- derivare queunt animum curaque levare:
- usque adeo quiddam proprium notumque requirit.
- praeterea teneri tremulis cum vocibus haedi
- cornigeras norunt matres agnique petulci
- balantum pecudes: ita, quod natura reposcit,
- ad sua quisque fere decurrunt ubera lactis.
- postremo quodvis frumentum non tamen omne
- quique suo genere inter se simile esse videbis,
- quin intercurrat quaedam distantia formis.
- concharumque genus parili ratione videmus
- pingere telluris gremium, qua mollibus undis
- litoris incurvi bibulam pavit aequor harenam.
- quare etiam atque etiam simili ratione necessest,
- natura quoniam constant neque facta manu sunt
- unius ad certam forman primordia rerum,
- dissimili inter se quaedam volitare figura.
- Perfacile est animi ratione exsolvere nobis
- quare fulmineus multo penetralior ignis
- quam noster fuat e taedis terrestribus ortus.
- dicere enim possis caelestem fulminis ignem
- subtilem magis e parvis constare figuris
- atque ideo transire foramina quae nequit ignis
- noster hic e lignis ortus taedaque creatus.
- praeterea lumen per cornum transit, at imber
- respuitur. Quare? Nisi luminis illa minora
- corpora sunt quam de quibus est liquor almus aquarum.
- et quamvis subito per colum vina videmus
- perfluere; at contra tardum cunctatur olivum,
- aut quia nimirum maioribus est elementis
- aut magis hamatis inter se perque plicatis,
- atque ideo fit uti non tam diducta repente
- inter se possint primordia singula quaeque
- singula per cuiusque foramina permanare.
- Huc accedit uti mellis lactisque liquores
- iucundo sensu linguae tractentur in ore;
- at contra taetra absinthi natura ferique
- centauri foedo pertorquent ora sapore;
- ut facile agnoscas e levibus atque rotundis
- esse ea quae sensus iucunde tangere possunt,
- at contra quae amara atque aspera cumque videntur,
- haec magis hamatis inter se nexa teneri
- proptereaque solere vias rescindere nostris
- sensibus introituque suo perrumpere corpus.
- Omnia postremo bona sensibus et mala tactu
- dissimili inter se pugnant perfecta figura;
- ne tu forte putes serrae stridentis acerbum
- horrorem constare elementis levibus aeque
- ac musaea mele, per chordas organici quae
- mobilibus digitis expergefacta figurant;
- neu simili penetrare putes primordia forma
- in naris hominum, cum taetra cadavera torrent,
- et cum scena croco Cilici perfusa recens est
- araque Panchaeos exhalat propter odores;
- neve bonos rerum simili constare colores
- semine constituas, oculos qui pascere possunt,
- et qui compungunt aciem lacrimareque cogunt
- aut foeda specie diri turpesque videntur.
- omnis enim, sensus quae mulcet cumque, 〈figura〉3
- haud sine principiali aliquo levore creatast;
- at contra quaecumque molesta atque aspera constat,
- non aliquo sine materiae squalore repertast.
- sunt etiam quae iam nec levia iure putantur
- esse neque omnino flexis mucronibus unca,
- sed magis angellis paulum prostantibus 〈ut quae〉
- titillare magis sensus quam laedere possint;
- fecula iam quo de genere est inulaeque sapores.
- denique iam calidos ignis gelidamque pruinam
- dissimili dentata modo compungere sensus
- corporis, indicio nobis est tactus uterque.
- Tactus enim, tactus, pro divum numina sancta,
- corporis est sensus, vel cum res extera sese
- insinuat, vel cum laedit quae in corpore natast
- aut iuvat egrediens genitalis per Veneris res,
- aut ex offensu cum turbant corpore in ipso
- semina confundunt 〈que〉 inter se concita sensum;
- ut si forte manu quamvis iam corporis ipse
- tute tibi partem ferias atque experiare.
- quapropter longe formas distare necessest
- principiis, varios quae possint edere sensus.
- Denique quae nobis durata ac spissa videntur,
- haec magis hamatis inter sese esse necessest
- et quasi ramosis alte compacta teneri.
- in quo iam genere in primis adamantina saxa
- prima acie constant ictus contemnere sueta
- et validi silices ac duri robora ferri
- aeraque quae claustris restantia vociferantur.
- illa quidem debent e levibus atque rotundis
- esse magis, fluvido quae corpore liquida constant;
- namque papaveris haustus itemst facilis quasi aquarum;
- nec retinentur enim inter se glomeramina quaeque
- et perculsus item proclive volubilis exstat.
- omnia postremo quae puncto tempore cernis
- diffugere, ut fumum nebulas fìammasque, necessest,
- si minus omnia sunt e levibus atque rotundis,
- at non esse tamen perplexis indupedita,
- pungere uti possint corpus penetrareque saxa
- nec tamen haerere inter se; quodcumque videmus
- †sensibu’ sedatum†, facile ut cognoscere possis4
- non e perplexis sed acutis esse elementis.
- sed quod amara vides eadem quae fluvida constant,
- sudor uti maris est, minime mirabile habeto.
- nam quod fluvidus est, e levibus atque rotundis
- est, et squalida multa creant admixta dolores
- corpora; nec tamen haec retineri hamata necessumst;
- scilicet esse globosa tamen, cum squalida constent,
- provolvi simul ut possint et laedere sensus.
- et quo mixta putes magis aspera levibus esse
- principiis, unde est Neptuni corpus acerbum,
- est ratio secernendi, sorsumque videndi
- umor dulcis, ubi per terras crebrius idem
- percolatur, ut in foveam fluat ac mansuescat;
- linquit enim supera taetri primordia viri,
- aspera cum magis in terris haerescere possint.
- 1 343: arbusta è in OQ, emendato da Bentley, poiché sembra che gli alberi siano fuori luogo in questo catalogo; l'emendamento è da Bailey ("arbusta cannot be right, because in all the rest of the passage Lucr. is speaking of birds and animals") e da Munro. Deufert restaura però il tràdito arbusta, con un argomento di fonte che ha molto peso: il catalogo lucreziano ricalca membro per membro il catalogo empedocleo dei viventi (Phys. I 270–272 e 318–320 nella ricostruzione di Primavesi = B 21, 9–12 DK, con il suo doppione), dove accanto a uomini e donne, fiere, uccelli e pesci nutriti dall'acqua germogliano gli alberi (δένδρεά τ' ἐβλάστησε): per Empedocle le piante sono viventi a pieno titolo, e Lucrezio, il cui debito verso il poeta di Agrigento è programmatico (I 716–733), ne importerebbe il catalogo intero.
- 2 356: Testo corrotto. O ha non quit, Q oinquit. Lachmann suggeriva noscit, accolto da Deufert. Bailey suggerisce quaerit, ed è la congettura di cui tiene conto la traduzione.
- 3 422: OQ: videntur; "obviously a dittography from the previous line" (Bailey). La correzione di Schneidewin, figura, è accolta da Lachmann, Bailey e Munro, mentre Deufert conserva il testo tràdito tra obeli.
- 4 461-462: quodcumque videmus / †sensibu' sedatum†. Il tramandato sensibus sedatum resiste a ogni spiegazione soddisfacente. Munro lo conserva, intendendo sedatum da sedare: "tutto ciò che vediamo essere stato placato per i sensi" (gli occhi che alla fine vincono il bruciore del fumo) con il confronto di II 956 ingentis plagae sedare tumultus; lo segue Ernout. Ma l'interpretazione, come obietta Bailey, è forzata e concentra l'argomento sul solo pungere corpus (460), trascurando diffugere (457) e penetrare saxa (460), i tre comportamenti che la clausola deve insieme giustificare. Gli Itali corressero in sensibus esse datum; Lachmann venenumst sensibu' sed rarum, che dà buon senso ma si allontana molto dai codici. Deufert stampa sensibu' laedens sed rarum, combinando la congettura lachmanniana con un proprio laedens: "ciò che vediamo urtare i sensi pur essendo di tessitura rada". La traduzione segue la costituzione di Deufert, che sola rende conto della doppia caratterizzazione richiesta dall'argomento – i corpi volatili feriscono i sensi e insieme si disperdono in un istante, onde constano di elementi acuti ma non intrecciati (463): "tutto ciò che ci appare rarefatto / e in grado tuttavia di urtare i sensi".
Testo latino: Cyril Bailey
Stabilito che gli atomi sono infiniti di numero e in moto perpetuo, resta da considerare la forma degli atomi. Sono tutti uguali o tutti diversi? Né l’una né l’altra cosa: sono diversi tra di loro, ma è una diversità che ha un limite. Lucrezio argomenta intanto partendo dall’esperienza. In ogni genere di esseri viventi nessun individuo è identico a un altro, ed è per questo che ogni madre riconosce il proprio nato e ogni nato la propria madre. A questa legge del riconoscimento è affidato l’episodio più celebre del passo e uno dei vertici del poema: la mucca che ha perduto il vitello, immolato presso un altare fumante d’incenso (e torna, in filigrana, la polemica antireligiosa: questo vitello non è forse una eco di Ifigenia?). Lucrezio tratta il dolore di un animale con la serietà e il lessico che la poesia riservava al lutto umano. Seguono, in tono più lieve, i capretti e gli agnelli che tra mille corrono ciascuno alla propria madre; poi il principio si estende oltre il regno animale: i chicchi di uno stesso frumento e le conchiglie che dipingono di colori il grembo della terra lungo le rive. Se dunque tutto ciò che la natura genera – e nessuna mano ha foggiato secondo un unico stampo – mostra questa inesauribile varietà individuale, anche i semi delle cose devono volteggiare nel vuoto con figure in parte dissimili.
Lucrezio usa subito questa acquisizione concettuale per spiegare la varietà degli effetti sensibili. Il fuoco del fulmine, più sottile di quello delle fiaccole, passa dove l’altro non passa; la luce attraversa la lastra di corno che respinge la pioggia; il vino scorre veloce giù per il colino mentre l’olio indugia; il miele e il latte accarezzano la lingua, l’assenzio e la centaura torcono la bocca; il suono della sega fa rabbrividire, quello delle corde diletta; il fumo dei cadaveri e il profumo dello zafferano e dell’incenso non possono giungere alle narici con atomi della stessa forma. Tutto ciò che è piacevole sarà dunque composto da atomi lisci e rotondi, tali da non irritare, mentre ciò che è aspro e molesto da atomi uncinati, che si aggrappano e lacerano. Nel mezzo sta una terza famiglia, corpuscoli lievemente angolosi che titillano i sensi più che ferirli, come il gusto della feccia di vino o dell’enula.
Al centro di questa fisica è una tesi che Lucrezio proclama non senza una invocazione alla santa potestà degli dèi che non può che sorprendere: tutti i sensi sono tatto. Sia che una cosa penetri dall’esterno, che un male nasca dentro il corpo, che il piacere accompagni l’atto fecondo di Venere o che gli atomi urtati si scompiglino dentro di noi, si tratta sempre di contatto di corpi con corpi. È uno dei fondamenti della fisica apicurea: nulla tocca l’anima che non tocchi il corpo.
L’ultima parte del passo applica la dottrina agli stati della materia, con una piccola classificazione: le cose dure e compatte tengono insieme per atomi uncinati e quasi ramosi, intrecciati fin nel profondo; le liquide scorrono per atomi lisci e rotondi, mentre l’acqua del mare, fluida e insieme amara, deve mescolare atomi lisci ad atomi scabri (ma non uncinati, tondeggianti quanto basta per rotolare via insieme agli altri). Lo prova il fatto che l’acqua marina, filtrata più volte attraverso la terra, si addolcisce, perché gli elementi aspri restano impigliati al suolo.
Latino 145 vv.
- Nunc age iam deinceps cunctarum exordia rerum
- qualia sint et quam longe distantia formis
- percipe, multigenis quam sint variata figuris;
- non quo multa parum simili sint praedita forma,
- sed quia non vulgo paria omnibus omnia constant.
- nec mirum; nam cum sit eorum copia tanta
- ut neque finis, uti docui, neque summa sit ulla,
- debent nimirum non omnibus omnia prorsum
- esse pari filo similique adfecta figura.
- praeterea genus humanum mutaeque natantes
- squamigerum pecudes et laeta armenta feraeque1
- et variae volucres, laetantia quae loca aquarum
- concelebrant circum ripas fontisque lacusque,
- et quae pervulgant nemora avia pervolitantes;
- quorum unum quidvis generatim sumere perge,
- invenies tamen inter se differre figuris.
- nec ratione alia proles cognoscere matrem
- nec mater posset prolem; quod posse videmus
- nec minus atque homines inter se nota cluere.
- nam saepe ante deum vitulus delubra decora
- turicremas propter mactatus concidit aras
- sanguinis exspirans calidum de pectore flumen.
- at mater viridis saltus orbata peragrans
- †non quit† humi pedibus vestigia pressa bisulcis,2
- omnia convisens oculis loca si queat usquam
- conspicere amissum fetum, completque querelis
- frondiferum nemus adsistens et crebra revisit
- ad stabulum desiderio perfixa iuvenci,
- nec tenerae salices atque herbae rore vigentes
- fluminaque illa queunt summis labentia ripis
- oblectare animum subitamque avertere curam,
- nec vitulorum aliae species per pabula laeta
- derivare queunt animum curaque levare:
- usque adeo quiddam proprium notumque requirit.
- praeterea teneri tremulis cum vocibus haedi
- cornigeras norunt matres agnique petulci
- balantum pecudes: ita, quod natura reposcit,
- ad sua quisque fere decurrunt ubera lactis.
- postremo quodvis frumentum non tamen omne
- quique suo genere inter se simile esse videbis,
- quin intercurrat quaedam distantia formis.
- concharumque genus parili ratione videmus
- pingere telluris gremium, qua mollibus undis
- litoris incurvi bibulam pavit aequor harenam.
- quare etiam atque etiam simili ratione necessest,
- natura quoniam constant neque facta manu sunt
- unius ad certam forman primordia rerum,
- dissimili inter se quaedam volitare figura.
- Perfacile est animi ratione exsolvere nobis
- quare fulmineus multo penetralior ignis
- quam noster fuat e taedis terrestribus ortus.
- dicere enim possis caelestem fulminis ignem
- subtilem magis e parvis constare figuris
- atque ideo transire foramina quae nequit ignis
- noster hic e lignis ortus taedaque creatus.
- praeterea lumen per cornum transit, at imber
- respuitur. Quare? Nisi luminis illa minora
- corpora sunt quam de quibus est liquor almus aquarum.
- et quamvis subito per colum vina videmus
- perfluere; at contra tardum cunctatur olivum,
- aut quia nimirum maioribus est elementis
- aut magis hamatis inter se perque plicatis,
- atque ideo fit uti non tam diducta repente
- inter se possint primordia singula quaeque
- singula per cuiusque foramina permanare.
- Huc accedit uti mellis lactisque liquores
- iucundo sensu linguae tractentur in ore;
- at contra taetra absinthi natura ferique
- centauri foedo pertorquent ora sapore;
- ut facile agnoscas e levibus atque rotundis
- esse ea quae sensus iucunde tangere possunt,
- at contra quae amara atque aspera cumque videntur,
- haec magis hamatis inter se nexa teneri
- proptereaque solere vias rescindere nostris
- sensibus introituque suo perrumpere corpus.
- Omnia postremo bona sensibus et mala tactu
- dissimili inter se pugnant perfecta figura;
- ne tu forte putes serrae stridentis acerbum
- horrorem constare elementis levibus aeque
- ac musaea mele, per chordas organici quae
- mobilibus digitis expergefacta figurant;
- neu simili penetrare putes primordia forma
- in naris hominum, cum taetra cadavera torrent,
- et cum scena croco Cilici perfusa recens est
- araque Panchaeos exhalat propter odores;
- neve bonos rerum simili constare colores
- semine constituas, oculos qui pascere possunt,
- et qui compungunt aciem lacrimareque cogunt
- aut foeda specie diri turpesque videntur.
- omnis enim, sensus quae mulcet cumque, 〈figura〉3
- haud sine principiali aliquo levore creatast;
- at contra quaecumque molesta atque aspera constat,
- non aliquo sine materiae squalore repertast.
- sunt etiam quae iam nec levia iure putantur
- esse neque omnino flexis mucronibus unca,
- sed magis angellis paulum prostantibus 〈ut quae〉
- titillare magis sensus quam laedere possint;
- fecula iam quo de genere est inulaeque sapores.
- denique iam calidos ignis gelidamque pruinam
- dissimili dentata modo compungere sensus
- corporis, indicio nobis est tactus uterque.
- Tactus enim, tactus, pro divum numina sancta,
- corporis est sensus, vel cum res extera sese
- insinuat, vel cum laedit quae in corpore natast
- aut iuvat egrediens genitalis per Veneris res,
- aut ex offensu cum turbant corpore in ipso
- semina confundunt 〈que〉 inter se concita sensum;
- ut si forte manu quamvis iam corporis ipse
- tute tibi partem ferias atque experiare.
- quapropter longe formas distare necessest
- principiis, varios quae possint edere sensus.
- Denique quae nobis durata ac spissa videntur,
- haec magis hamatis inter sese esse necessest
- et quasi ramosis alte compacta teneri.
- in quo iam genere in primis adamantina saxa
- prima acie constant ictus contemnere sueta
- et validi silices ac duri robora ferri
- aeraque quae claustris restantia vociferantur.
- illa quidem debent e levibus atque rotundis
- esse magis, fluvido quae corpore liquida constant;
- namque papaveris haustus itemst facilis quasi aquarum;
- nec retinentur enim inter se glomeramina quaeque
- et perculsus item proclive volubilis exstat.
- omnia postremo quae puncto tempore cernis
- diffugere, ut fumum nebulas fìammasque, necessest,
- si minus omnia sunt e levibus atque rotundis,
- at non esse tamen perplexis indupedita,
- pungere uti possint corpus penetrareque saxa
- nec tamen haerere inter se; quodcumque videmus
- †sensibu’ sedatum†, facile ut cognoscere possis4
- non e perplexis sed acutis esse elementis.
- sed quod amara vides eadem quae fluvida constant,
- sudor uti maris est, minime mirabile habeto.
- nam quod fluvidus est, e levibus atque rotundis
- est, et squalida multa creant admixta dolores
- corpora; nec tamen haec retineri hamata necessumst;
- scilicet esse globosa tamen, cum squalida constent,
- provolvi simul ut possint et laedere sensus.
- et quo mixta putes magis aspera levibus esse
- principiis, unde est Neptuni corpus acerbum,
- est ratio secernendi, sorsumque videndi
- umor dulcis, ubi per terras crebrius idem
- percolatur, ut in foveam fluat ac mansuescat;
- linquit enim supera taetri primordia viri,
- aspera cum magis in terris haerescere possint.
- 1 343: arbusta è in OQ, emendato da Bentley, poiché sembra che gli alberi siano fuori luogo in questo catalogo; l'emendamento è da Bailey ("arbusta cannot be right, because in all the rest of the passage Lucr. is speaking of birds and animals") e da Munro. Deufert restaura però il tràdito arbusta, con un argomento di fonte che ha molto peso: il catalogo lucreziano ricalca membro per membro il catalogo empedocleo dei viventi (Phys. I 270–272 e 318–320 nella ricostruzione di Primavesi = B 21, 9–12 DK, con il suo doppione), dove accanto a uomini e donne, fiere, uccelli e pesci nutriti dall'acqua germogliano gli alberi (δένδρεά τ' ἐβλάστησε): per Empedocle le piante sono viventi a pieno titolo, e Lucrezio, il cui debito verso il poeta di Agrigento è programmatico (I 716–733), ne importerebbe il catalogo intero.
- 2 356: Testo corrotto. O ha non quit, Q oinquit. Lachmann suggeriva noscit, accolto da Deufert. Bailey suggerisce quaerit, ed è la congettura di cui tiene conto la traduzione.
- 3 422: OQ: videntur; "obviously a dittography from the previous line" (Bailey). La correzione di Schneidewin, figura, è accolta da Lachmann, Bailey e Munro, mentre Deufert conserva il testo tràdito tra obeli.
- 4 461-462: quodcumque videmus / †sensibu' sedatum†. Il tramandato sensibus sedatum resiste a ogni spiegazione soddisfacente. Munro lo conserva, intendendo sedatum da sedare: "tutto ciò che vediamo essere stato placato per i sensi" (gli occhi che alla fine vincono il bruciore del fumo) con il confronto di II 956 ingentis plagae sedare tumultus; lo segue Ernout. Ma l'interpretazione, come obietta Bailey, è forzata e concentra l'argomento sul solo pungere corpus (460), trascurando diffugere (457) e penetrare saxa (460), i tre comportamenti che la clausola deve insieme giustificare. Gli Itali corressero in sensibus esse datum; Lachmann venenumst sensibu' sed rarum, che dà buon senso ma si allontana molto dai codici. Deufert stampa sensibu' laedens sed rarum, combinando la congettura lachmanniana con un proprio laedens: "ciò che vediamo urtare i sensi pur essendo di tessitura rada". La traduzione segue la costituzione di Deufert, che sola rende conto della doppia caratterizzazione richiesta dall'argomento – i corpi volatili feriscono i sensi e insieme si disperdono in un istante, onde constano di elementi acuti ma non intrecciati (463): "tutto ciò che ci appare rarefatto / e in grado tuttavia di urtare i sensi".
Traduzione 206 vv.
- Adesso proseguiamo. Ascolta quali
- sono i primi principi delle cose
- e considera quanto sono vari
- tra di loro per forma e per figura;
- anche se molti hanno una forma simile
- non tutti sono in tutto uguali a tutti.
- E questo non sorprende: dal momento
- che, come ti ho insegnato, sono tanti
- da non avere fine né totale
- certo bisogna che non tutti siano
- uguali a tutti per forma ed aspetto.
- Ecco il genere umano, ecco i banchi
- dei pesci muti con le loro squame,
- ecco gli alberi lieti, ecco le fiere,
- ecco gli uccelli che affollano i luoghi
- ameni dov'è l'acqua – rive, fonti
- e laghi – e volano attraverso i boschi
- impervi; prendine pure uno a caso
- di qualsivoglia specie, e scoprirai
- che è ben diverso dagli altri. Ed è questa
- la ragione per cui le madri e i cuccioli
- possono riconoscersi a vicenda.
- Lo vediamo: le bestie si conoscono
- tra loro proprio come noi umani.
- Spesso davanti agli ornati santuari
- degli dei, un vitello è immolato
- presso le are che bruciano d'incenso;
- crolla e dal petto esala un caldo fiume
- di sangue. Ma la madre, desolata,
- percorre senza sosta i verdi anfratti
- cerca dovunque la bifida impronta
- getta lo sguardo inquieto in ogni luogo
- se mai vi fosse il cucciolo perduto
- e si ferma e muggisce tanto forte
- da riempire l'intero bosco intorno
- e ritorna alla stalla, e poi ancora,
- straziata dall'assenza di suo figlio,
- e né i teneri salici né l'erba
- vivida di rugiada né quei fiumi
- fluenti fino all'orlo delle sponde
- possono dare alcun diletto all'animo
- o stornare la subitanea pena;
- né può distrarla o alleviare il dolore
- la vista di altri vitelli nel campo
- rigoglioso: perché quello che cerca
- è proprio suo e lo conosce bene.
- E ancora: i teneri capretti dalle
- voci tremule sanno riconoscere
- la testa bicornuta della madre,
- e gli agnellini giocosi la pecora
- belante; e come vuole la natura
- suole ciascuno accorrere alla propria
- mammella colma di latte. Ed infine
- guarda qualsiasi tipo di frumento:
- benché ogni chicco sia simile agli altri
- del medesimo genere c'è sempre
- tra di loro una certa differenza
- Vediamo in modo simile la specie
- delle conchiglie dipingere il grembo
- della terra, là dove le onde molli
- della distesa marina dissetano
- l'arenile dei golfi. E ancora e ancora
- è perciò necessario che i primordi
- delle cose -- poiché sono creati
- dalla natura e non foggiati a mano
- in base al modello d'uno solo
- volteggino diversi tra di loro
- per la figura. È facile spiegare
- in modo razionale perché i fulmini
- abbiano un fuoco ben più penetrante
- di quello delle fiaccole terrene.
- Puoi dire infatti che il fuoco dei fulmini
- celesti ha semi più sottili e piccoli
- e può per questo insinuarsi in pori
- nei quali il nostro fuoco, generato
- dal legno e dalle fiaccole non può
- penetrare. La luce può filtrare
- oltre una lastra di corno che invece
- non consente il passaggio della pioggia. 1
- Questo accade perché la luce ha semi
- più piccoli di quelli che compongono
- il liquido benefico dell'acqua.
- E vediamo che il vino scende rapido
- attraverso un colino, mentre l’olio
- è più lento ed indugia, certamente
- perché è fatto di atomi più grandi
- o più uncinati o più avvinti tra loro;
- le particelle dunque non riescono
- a staccarsi così rapidamente
- tra loro ed a passare una a una
- per ogni poro. Aggiungi il miele e il latte,
- liquidi che accarezzano la lingua
- e lasciano una dolce sensazione
- nella bocca; e invece la centaura
- amara e l'acre assenzio la contorcono
- con il loro sapore disgustoso.
- Riconosci da ciò che le sostanze
- piacevoli al contatto con i sensi
- sono composte da semi rotondi
- e lisci e al contrario quelle amare
- ed aspre sono fatte da uno stretto
- intreccio di atomi uncinati, in grado
- di lacerare i nostri sensi e aprirsi
- con forza un varco dentro il nostro corpo.
- Insomma, tutte le cose che toccano
- i sensi e appaiono buone o cattive
- hanno forme diverse e contrastanti.
- Certo non crederai che il suono stridulo
- della sega, che fa rabbrividire,
- sia prodotto da semi lisci come
- la musica che i suonatori sanno
- con dita esperte trarre dalle corde
- o che alle nostre narici pervengano
- atomi uguali quando si dà fuoco
- a un putrido cadavere o a teatro
- a scena è stata da poco cosparsa
- con croco di Cilicia e lì vicino
- un’ara esala incenso di Pancaia.2
- Nemmeno penserai che quei colori
- buoni, che portano diletto agli occhi,
- siano fatti di semi uguali a quelli
- che ci irritano e ci spingono alle lacrime
- o che appaiono brutti, turpi, orribili.
- Ogni figura che accarezza i sensi
- non è stata creata senza qualche
- levigatezza degli atomi; invece
- quelle sgradevoli ed aspre non senza
- della materia in qualche modo rude.
- Vi sono poi dei semi che a rigore
- non si possono dire levigati
- ma nemmeno uncinati, con le punte
- ritorte, ma piuttosto hanno angolini
- leggermente sporgenti, quanto basta
- per titillare i sensi più che lederli;
- di tal genere i semi della feccia
- e del sapore dell'enula. Infine
- che il fuoco caldo e la gelida brina,
- dentati in modi differenti, pungano
- il nostro senso corporeo – di ciò
- ci danno prova l'uno e l'altro tatto.
- È il tatto infatti, o santa potestà
- dei numi, è il tatto il senso proprio
- del corpo, sia che una cosa s'insinui
- dall'esterno o che invece nata dentro
- lo leda oppure gli dia gioia uscendo
- per via dell'atto fecondo di Venere
- o ancora perché gli atomi, colpiti
- da qualcosa si mettono in subbuglio
- e cozzano tra loro nello stesso
- corpo turbando il senso; ne puoi fare
- da te la prova colpendo una parte
- qualsiasi del corpo con la mano.
- Perciò le forme degli atomi devono
- essere molto diverse tra loro
- sì da produrre sensazioni varie.
- E infine quelle cose che ci appaiono
- spesse e indurite, queste è necessario
- che siano fatte e tenute compatte
- a fondo da elementi più uncinati
- tra loro e quasi avvinti come rami.
- Primi di questo genere le pietre
- di diamante che sfidano ogni colpo
- e le possenti rocce e il ferro duro
- ed il bronzo che stride resistendo
- alle sbarre3. Quei corpi invece che hanno
- liquida consistenza devono essere
- composti per lo più di atomi lisci
- e rotondi: se prendi una sorsata
- di semi di papavero la mandi
- giù come fosse acqua, ché i granelli
- non si trattengono tra loro e scendono
- tutti d’un colpo alla minima scossa.
- Quanto alle cose che vedi svanire
- in un attimo, come fumo, nuvole
- e fiamme, se non sono interamente
- composte d'atomi lisci e rotondi,
- è necessario che li abbiano almeno
- tali che non s'intreccino e impediscano
- a vicenda, così da poter pungere
- il nostro corpo e penetrare i sassi
- senza però aderire tra di loro;
- tutto ciò che ci appare rarefatto
- e in grado tuttavia di urtare i sensi
- è fatto, si comprende facilmente,
- da semi aguzzi ma non intricati.
- Non ti sorprenda poi che alcune cose
- siano al tempo stesso amare e liquide,
- come l’acqua del mare. Essendo liquida
- è fatta di atomi lisci e rotondi
- ma misti ad essi ha anche atomi ruvidi
- che causano il dolore; tuttavia
- questi non è necessario che siano
- avvinti con uncini; sono ruvidi
- pur avendo una forma tondeggiante
- così da poter scorrere e ad un tempo
- ferire i sensi. E perché tu comprenda
- meglio che in essa sono mescolati
- atomi lisci e ruvidi, da dove
- viene l’amaro corpo di Nettuno,
- c’è un modo per dividerli e osservare
- come la parte dolce, se filtrata
- attraverso il terreno più e più volte
- fluisce in una fossa e s'addolcisce
- poiché i semi da cui viene il sapore
- salmastro, essendo ruvidi, rimangono
- in superficie impigliati alla terra.
- 1 Il corno era utilizzato per le lanterne. L'immagine dunque è quella di una lanterna illuminata portata sotto la pioggia.
- 2 La Cilicia era una regione dell’antica Anatolia, attuale Turchia, a nord dell’isola di Cipro. La Pancaia è un’isola non identificata, probabilmente leggendaria (anche se questo passo, con l’indicazione di un preciso prodotto che proviene da essa, lascia presupporre il contrario).
- 3 Non è facile capire esattamente a cosa si riferisca. Giussani: “Il verso parla molto chiaro all'orecchio; ma la forma della chiusura, o apertura, resta per noi indecisa. Si potrebbe pensare anche a quelle guide di ferro, ad arco, infisse nel suolo, sulle quali talora scorrono, nell’aprirsi o chiudersi, le imposte di porte o cancelli”.