La velocità degli atomi
- Adesso, o Memmio, analizziamo in breve
- quale mobilità sia data ai corpi
- primi della materia. Quando sparge
- l'aurora nuova luce sulle terre
- e vari uccelli attraversano in volo
- i boschi inaccessibili colmando
- l’aria leggera con le voci limpide
- tutti vediamo chiaramente come
- il sole, appena sorto, inondi e vesta
- con la sua luce all’istante ogni cosa.
- Ma la luce serena ed il calore
- del sole non si spandono nel vuoto,
- e procedono infatti un po' impacciati
- quasi fendessero le onde dell'aria.
- I corpuscoli caldi non si spandono
- singolarmente ma intrecciati e uniti
- si frenano a vicenda e al tempo stesso
- vengono ostacolati dall’esterno;
- ciò li costringe ad andare più lenti.
- Ma gli elementi primi sono semplici
- e solidi; trascorrono nel vuoto
- senza che nulla da fuori li ostacoli
- ed essendo compatti e ben uniti
- se si muovono verso un solo luogo
- lo fanno tutti insieme, con un unico
- slancio e per questo sono rapidissimi,
- ancora più veloci della luce
- del sole e mentre questa colma il cielo
- attraversano spazi ben più grandi.
- ⟨...⟩
- né analizzare a fondo ogni elemento
- primo, uno per uno, per vedere
- in quale modo ogni cosa si compia.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Nunc quae mobilitas sit reddita materiai
- corporibus, paucis licet hinc cognoscere, Memmi.
- primum aurora novo cum spargit lumine terras
- et variae volucres nemora avia pervolitantes
- aera per tenerum liquidis loca vocibus opplent,
- quam subito soleat sol ortus tempore tali
- convestire sua perfundens omnia luce,
- omnibus in promptu manifestumque esse videmus.
- At vapor is quem sol mittit lumenque serenum
- non per inane meat vacuum; quo tardius ire
- cogitur, aerias quasi dum diverberat undas.
- nec singillatim corpuscula quaeque vaporis
- sed complexa meant inter se conque globata;
- quapropter simul inter se retrahuntur et extra
- officiuntur, uti cogantur tardius ire.
- At quae sunt solida primordia simplicitate,
- cum per inane meant vacuum nec res remoratur
- ulla foris atque ipsa suis e partibus una
- unum in quem coepere locum conixa feruntur,
- debent nimirum praecellere mobilitate
- et multo citius ferri quam lumina solis
- multiplexque loci spatium transcurrere eodem
- tempore quo solis pervulgant fulgura caelum.1
- ⟨...⟩
- nec persectari primordia singula quaeque,
- ut videant qua quidque geratur cum ratione.
- 1 I versi 165–166 non presentano alcun nesso sintattico con quanto precede: dopo il v. 164 la tradizione manoscritta tace su una lacuna di estensione incerta -- forse un intero foglio -- di cui questi versi costituirebbero la conclusione (Pontanus; così la quasi totalità degli editori moderni). Isolata la posizione di Bernays, che trasponeva il v. 167 prima di 165–166 e leggeva persectati per persectari, eliminando così il problema sintattico per via congetturale, soluzione non accolta dalla critica successiva. Quanto al contenuto della lacuna la discussione resta aperta, Lachmann e Munro la riferiscono all'argomento antiteologico di 167–183, che intendono come diretta prosecuzione; Lachmann suppone vi si affermasse che molti filosofi preferiscono spiegare il mondo per volontà divina piuttosto che seguire il moto di ogni singolo atomo; Munro specifica gli dèi come soggetto di persectari e videant, richiamando Cic. Div. 2.105. Giussani obietta che l'incipit contra haec al v. 167, marcatamente avversativo, è incompatibile con una continuità diretta rispetto a 165–166: l'argomento antiteologico dovrebbe aprirsi ex novo con at quidam contra haec. Propone quindi che la lacuna contenesse un secondo argomento sulla velocità del moto atomico, unito al rilievo che Lucrezio non ha ancora assolto la promessa programmatica del v. 62 (res varias gignant genitasque resolvant), non essendo 98–108 sufficiente a trattare la dissoluzione atomica. I vv. 165–166 chiuderebbero questa sezione, enunciando il limite conoscitivo umano: comprensibili i principi generali di concilium e discidium atomico, non seguibile il percorso del singolo atomo.
Testo latino: Cyril Bailey
Il passo apre la sezione dedicata alla dimostrazione della velocità dei primordia, argomento che Lucrezio annuncia programmaticamente rivolgendosi a Memmio (v. 143) e che si articola in un procedimento analogico: dal fenomeno percepibile, la luce del sole che al mattino invade istantaneamente ogni cosa (144–149), si risale, per via di eliminazione fisica, alla velocità assoluta degli atomi semplici. Il vapore solare e la luce stessa sono composti da atomi che non procedono isolati, ma avviluppati e agglomerati tra loro; e proprio da questo intreccio reciproco nasce un attrito che li rallenta, come se dovessero farsi largo a fatica attraverso l’aria. La luce, insomma, è velocissima ma non libera: il suo moto è frenato dalla propria stessa struttura interna, dal fatto di procedere in massa anziché come particella singola. Se anche un moto vincolato come quello della luce è così rapido, quanto più veloci devono essere gli atomi quando si muovono liberi, senza l’intralcio reciproco che frena il flusso luminoso e senza ostacoli esterni? Il moto libero e compatto verso un’unica direzione, non disperso né conteso da urti interni, permette agli atomi di superare di gran lunga la velocità della luce solare, percorrendo uno spazio multiplo di quello attraversato dai raggi nello stesso tempo.
Latino 26 vv.
- Nunc quae mobilitas sit reddita materiai
- corporibus, paucis licet hinc cognoscere, Memmi.
- primum aurora novo cum spargit lumine terras
- et variae volucres nemora avia pervolitantes
- aera per tenerum liquidis loca vocibus opplent,
- quam subito soleat sol ortus tempore tali
- convestire sua perfundens omnia luce,
- omnibus in promptu manifestumque esse videmus.
- At vapor is quem sol mittit lumenque serenum
- non per inane meat vacuum; quo tardius ire
- cogitur, aerias quasi dum diverberat undas.
- nec singillatim corpuscula quaeque vaporis
- sed complexa meant inter se conque globata;
- quapropter simul inter se retrahuntur et extra
- officiuntur, uti cogantur tardius ire.
- At quae sunt solida primordia simplicitate,
- cum per inane meant vacuum nec res remoratur
- ulla foris atque ipsa suis e partibus una
- unum in quem coepere locum conixa feruntur,
- debent nimirum praecellere mobilitate
- et multo citius ferri quam lumina solis
- multiplexque loci spatium transcurrere eodem
- tempore quo solis pervulgant fulgura caelum.1
- ⟨...⟩
- nec persectari primordia singula quaeque,
- ut videant qua quidque geratur cum ratione.
- 1 I versi 165–166 non presentano alcun nesso sintattico con quanto precede: dopo il v. 164 la tradizione manoscritta tace su una lacuna di estensione incerta -- forse un intero foglio -- di cui questi versi costituirebbero la conclusione (Pontanus; così la quasi totalità degli editori moderni). Isolata la posizione di Bernays, che trasponeva il v. 167 prima di 165–166 e leggeva persectati per persectari, eliminando così il problema sintattico per via congetturale, soluzione non accolta dalla critica successiva. Quanto al contenuto della lacuna la discussione resta aperta, Lachmann e Munro la riferiscono all'argomento antiteologico di 167–183, che intendono come diretta prosecuzione; Lachmann suppone vi si affermasse che molti filosofi preferiscono spiegare il mondo per volontà divina piuttosto che seguire il moto di ogni singolo atomo; Munro specifica gli dèi come soggetto di persectari e videant, richiamando Cic. Div. 2.105. Giussani obietta che l'incipit contra haec al v. 167, marcatamente avversativo, è incompatibile con una continuità diretta rispetto a 165–166: l'argomento antiteologico dovrebbe aprirsi ex novo con at quidam contra haec. Propone quindi che la lacuna contenesse un secondo argomento sulla velocità del moto atomico, unito al rilievo che Lucrezio non ha ancora assolto la promessa programmatica del v. 62 (res varias gignant genitasque resolvant), non essendo 98–108 sufficiente a trattare la dissoluzione atomica. I vv. 165–166 chiuderebbero questa sezione, enunciando il limite conoscitivo umano: comprensibili i principi generali di concilium e discidium atomico, non seguibile il percorso del singolo atomo.
Traduzione 33 vv.
- Adesso, o Memmio, analizziamo in breve
- quale mobilità sia data ai corpi
- primi della materia. Quando sparge
- l'aurora nuova luce sulle terre
- e vari uccelli attraversano in volo
- i boschi inaccessibili colmando
- l’aria leggera con le voci limpide
- tutti vediamo chiaramente come
- il sole, appena sorto, inondi e vesta
- con la sua luce all’istante ogni cosa.
- Ma la luce serena ed il calore
- del sole non si spandono nel vuoto,
- e procedono infatti un po' impacciati
- quasi fendessero le onde dell'aria.
- I corpuscoli caldi non si spandono
- singolarmente ma intrecciati e uniti
- si frenano a vicenda e al tempo stesso
- vengono ostacolati dall’esterno;
- ciò li costringe ad andare più lenti.
- Ma gli elementi primi sono semplici
- e solidi; trascorrono nel vuoto
- senza che nulla da fuori li ostacoli
- ed essendo compatti e ben uniti
- se si muovono verso un solo luogo
- lo fanno tutti insieme, con un unico
- slancio e per questo sono rapidissimi,
- ancora più veloci della luce
- del sole e mentre questa colma il cielo
- attraversano spazi ben più grandi.
- ⟨...⟩
- né analizzare a fondo ogni elemento
- primo, uno per uno, per vedere
- in quale modo ogni cosa si compia.