Intermezzo
- Ora fatti più attento e impara il resto.
- L'oscurità del tema non mi sfugge
- ma il duro tirso m'ha percosso il cuore
- e vi ha destato un grande desiderio
- di gloria e insieme un amore soave
- per le Muse: e ora eccomi, commosso
- e ispirato percorro i luoghi impervi
- delle Pieridi, che mai piede umano
- ha calpestato. Mi piace accostarmi
- a fonti ancora intatte e bere a fondo
- e raccogliere fiori sconosciuti
- e dove prima mai le Muse cinsero
- ad alcuno la tempia reclamare
- per il mio capo una corona insigne.
- In primo luogo perché affronto grandi
- questioni e cerco di affrancare gli animi
- dai nodi stretti della religione
- e poi perché su cose tanto oscure
- scrivo versi che splendono, infondendo
- su ogni cosa la grazia delle Muse.
- Anche questo non è senza ragione.
- Per far prendere ai bimbi il ripugnante
- assenzio i medici usano cospargere
- il bordo del bicchiere con il liquido
- biondo e dolce del miele, e così ingannano
- la loro ingenuità; le labbra saggiano
- quella dolcezza e mandano giù il resto
- benché amaro. E certo, li raggirano
- ma non per danneggiarli: anzi riacquistano
- con questo stratagemma la salute.
- Così io faccio: poiché la dottrina
- appare austera a chi non la conosce
- e la gente comune la rifugge
- per insegnartela ho fatto ricorso
- all'armonioso canto delle Pieridi
- quasi intingendola nel dolce miele
- della poesia, sperando che i miei versi
- riescano a far presa su di te
- e tu possa vedere la natura
- di tutto e la sua intima struttura.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Nunc age, quod super est, cognosce et clarius audi.
- nec me animi fallit quam sint obscura; sed acri
- percussit thyrso laudis spes magna meum cor
- et simul incussit suavem mi in pectus amorem
- musarum, quo nunc instinctus mente vigenti
- avia Pieridum peragro loca nullius ante
- trita solo. iuvat integros accedere fontis
- atque haurire, iuvatque novos decerpere flores
- insignemque meo capiti petere inde coronam
- unde prius nulli velarint tempora Musae;
- primum quod magnis doceo de rebus et artis
- religionum animum nodis exsolvere pergo,
- deinde quod obscura de re tam lucida pango
- carmina, musaeo contingens cuncta lepore.
- id quoque enim non ab nulla ratione videtur;
- sed vel uti pueris absinthia taetra medentes
- cum dare conantur, prius oras pocula circum
- contingunt mellis dulci flavoque liquore,
- ut puerorum aetas inprovida ludificetur
- labrorum tenus, interea perpotet amarum
- absinthi laticem deceptaque non capiatur,
- sed potius tali facto recreata valescat;
- sic ego nunc, quoniam haec ratio plerumque videtur
- tristior esse quibus non est tractata, retroque
- volgus abhorret ab hac, volui tibi suaviloquenti
- carmine Pierio rationem exponere nostram
- et quasi musaeo dulci contingere melle,
- si tibi forte animum tali ratione tenere
- versibus in nostris possem, dum perspicis omnem
- naturam rerum, qua constet compta figura.
Testo latino: Cyril Bailey
Un intermezzo, prima di passare alla parte conclusiva del primo libro. Ed è un intermezzo di grande importanza per comprendere la poetica di Lucrezio. Il poeta tratterà temi difficili, oscuri, impervi. E tutto l’inizio del passo è costruito su due opposizioni: le cose da affrontare sono obscura, e per questo Memmio e il lettore sono chiamati ad ascoltare clarius, con più chiarezza (appello non facile da rendere in traduzione; si tratta evidentemente di essere più attenti), ma (sed) il poeta è stato colpito da un tirso acer, duro e aguzzo, che ha fatto nascere in lui un amore suavis, dolce. Il contrasto torna più avanti: Lucrezio tratta temi oscuri con lucida carmina, versi luminosi. Sappiamo che Epicuro non aveva alcun apprezzamento per la poesia, cosa di cui Lucrezio doveva essere ben consapevole. Ma qui la poesia assume una funzione per così dire illuministica, non serve solo a rendere chiaro ciò che è oscuro, ma anche a rendere dolce e piacevole la dottrina epicurea, amara come una medicina di cui pure il corpo ha bisogno. Il riferimento al carattere austero della dottrina può sembrare irriverente, e non è da escludere che alluda alle perplessità che molti provavano verso la prosa di Epicuro, che appariva scarna e antiletteraria. In questo caso Lucrezio apporterebbe al messaggio di Epicuro quella luce stilistica e letteraria che gli manca e che è essenziale per farlo giungere al volgo.
Ma c’è anche un contrasto evidente tra questo ruolo per così dire strumentale e ausiliario, di servizio verso la dottrina del Maestro, e la grandezza che Lucrezio reclama. Una grandezza che è legata al tema, al fatto che tratta cose che mai sono state trattate prima, percorrendo terreni che mai nessuno ha calpestato e bevendo a una sorgente intatta, ma soprattutto al valore puramente poetico dei suoi versi. Il cui splendore risalta, per contrasto, con l’oscurità della materia, ma è anche uno splendore intrinseco: Lucrezio non è un mestierante che mette in versi la dottrina filosofica di Epicuro, ma un poeta ispirato, che rivendica per sé la grandezza che fu di Empedocle e di Ennio. La grandezza di un poeta che ha anche un messaggio di liberazione, ma questa volta tutto mondano, affidato solo alla conoscenza della Natura.
Latino 30 vv.
- Nunc age, quod super est, cognosce et clarius audi.
- nec me animi fallit quam sint obscura; sed acri
- percussit thyrso laudis spes magna meum cor
- et simul incussit suavem mi in pectus amorem
- musarum, quo nunc instinctus mente vigenti
- avia Pieridum peragro loca nullius ante
- trita solo. iuvat integros accedere fontis
- atque haurire, iuvatque novos decerpere flores
- insignemque meo capiti petere inde coronam
- unde prius nulli velarint tempora Musae;
- primum quod magnis doceo de rebus et artis
- religionum animum nodis exsolvere pergo,
- deinde quod obscura de re tam lucida pango
- carmina, musaeo contingens cuncta lepore.
- id quoque enim non ab nulla ratione videtur;
- sed vel uti pueris absinthia taetra medentes
- cum dare conantur, prius oras pocula circum
- contingunt mellis dulci flavoque liquore,
- ut puerorum aetas inprovida ludificetur
- labrorum tenus, interea perpotet amarum
- absinthi laticem deceptaque non capiatur,
- sed potius tali facto recreata valescat;
- sic ego nunc, quoniam haec ratio plerumque videtur
- tristior esse quibus non est tractata, retroque
- volgus abhorret ab hac, volui tibi suaviloquenti
- carmine Pierio rationem exponere nostram
- et quasi musaeo dulci contingere melle,
- si tibi forte animum tali ratione tenere
- versibus in nostris possem, dum perspicis omnem
- naturam rerum, qua constet compta figura.
Traduzione 40 vv.
- Ora fatti più attento e impara il resto.
- L'oscurità del tema non mi sfugge
- ma il duro tirso m'ha percosso il cuore
- e vi ha destato un grande desiderio
- di gloria e insieme un amore soave
- per le Muse: e ora eccomi, commosso
- e ispirato percorro i luoghi impervi
- delle Pieridi, che mai piede umano
- ha calpestato. Mi piace accostarmi
- a fonti ancora intatte e bere a fondo
- e raccogliere fiori sconosciuti
- e dove prima mai le Muse cinsero
- ad alcuno la tempia reclamare
- per il mio capo una corona insigne.
- In primo luogo perché affronto grandi
- questioni e cerco di affrancare gli animi
- dai nodi stretti della religione
- e poi perché su cose tanto oscure
- scrivo versi che splendono, infondendo
- su ogni cosa la grazia delle Muse.
- Anche questo non è senza ragione.
- Per far prendere ai bimbi il ripugnante
- assenzio i medici usano cospargere
- il bordo del bicchiere con il liquido
- biondo e dolce del miele, e così ingannano
- la loro ingenuità; le labbra saggiano
- quella dolcezza e mandano giù il resto
- benché amaro. E certo, li raggirano
- ma non per danneggiarli: anzi riacquistano
- con questo stratagemma la salute.
- Così io faccio: poiché la dottrina
- appare austera a chi non la conosce
- e la gente comune la rifugge
- per insegnartela ho fatto ricorso
- all'armonioso canto delle Pieridi
- quasi intingendola nel dolce miele
- della poesia, sperando che i miei versi
- riescano a far presa su di te
- e tu possa vedere la natura
- di tutto e la sua intima struttura.