Contro la religione
- Temo che tu sospetti ch’io ti voglia
- avviare a dottrine scellerate
- e farti prendere una via malvagia.
- Ma è più spesso la religione stessa
- che spinge a compiere azioni malvagie
- e scellerate: come quando in Aulide
- i capi greci, uomini eminenti,
- orribilmente violarono l’ara
- della vergine Trivia con il sangue
- d’Ifigenia. Appena le ricadde
- sulle guance la benda che avvolgeva
- i suoi capelli di vergine vide
- il padre triste davanti all’altare
- i sacerdoti che per lui celavano
- la spada e i cittadini che piangevano:
- cadde supplice, muta dal terrore.
- Non servì alla misera ragazza
- aver donato al re il nome di padre.
- Tremava; mani d’uomo la portarono
- all'altare, ma non perché compiuto
- il sacro rito fosse consegnata
- ai chiari canti nuziali, bensì
- per farsi ostia, lei pura, lei colpevole,
- lei vittima nel tempo delle nozze,
- massacrata dal padre perché fosse
- sicura la partenza della navi.
- A tali atrocità spinge la fede.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Illud in his rebus vereor, ne forte rearis
- impia te rationis inire elementa viamque
- indugredi sceleris. quod contra saepius illa
- religio peperit scelerosa atque impia facta.
- Aulide quo pacto Triviai virginis aram
- Iphianassai turparunt sanguine foede
- ductores Danaum delecti, prima virorum.
- cui simul infula virgineos circumdata comptus
- ex utraque pari malarum parte profusast,
- et maestum simul ante aras adstare parentem
- sensit et hunc propter ferrum celare ministros
- aspectuque suo lacrimas effundere civis,
- muta metu terram genibus summissa petebat.
- nec miserae prodesse in tali tempore quibat,
- quod patrio princeps donarat nomine regem.
- nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
- deductast, non ut sollemni more sacrorum
- perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
- sed casta inceste nubendi tempore in ipso
- hostia concideret mactatu maesta parentis,
- exitus ut classi felix faustusque daretur.
- tantum religio potuit suadere malorum.
Testo latino: Cyril Bailey
La difficoltà non è l’unico ostacolo da affrontare. Pur avendo ottenuto una notevole diffusione presso la classe colta, l’epicureismo suscita non poco sospetto per via di due aspetti: la centralità del piacere, che pare in netto contrasto con la severità tradizionale dei costumi romani, soprattutto nella versione denigratoria che ne davano gli avversari, e il ridimensionamento della figura degli dèi, percepita come una minaccia alla religione. E se la religione è il fondamento della morale, la dottrina di Epicuro non rischia di spingere verso azioni criminali?
Lucrezio non si limita a difendere la dottrina epicurea, ma attacca: è la religio stessa – parola che spesso i traduttori italiani rendono pudicamente con superstizione, ridumensionando la portata dell’attacco di Lucrezio – a condurre verso azioni criminali, come dimostra la terribile vicenda di Ifigenia (Ifianassa nel greco omerico). Quando la flotta greca si raduna ad Aulide per salpare verso Troia, i venti contrari impediscono la partenza. L’indovino Calcante rivela allora che la dea Artemide è adirata con Agamennone a causa dell’uccisione di una cerva sacra. Per placare Artemide e ottenere venti favorevoli è necessario sacrificare Ifigenia. Secondo la versione seguita da Lucrezio – quella dell’Agamennone di Eschilo – Agamennone attira la figlia ad Aulide con la promessa di sposarla ad Achille, sacrificandola invece alla dèa (in altre versioni, come quella dell’Ifigenia in Tauride di Euripide, la vergine è salvata perché Artemide la sostituisce con una cerva).
L’importanza di questo passo, con la sua conclusione lapidaria, non può essere sottovalutata. Lucrezio è una delle prime voci occidentali che spingono la critica della religione fino a denunciarne la pericolosità sociale, la sospensione perfino degli affetti più radicati in noi, come quello verso un figlio (si pensi, in ambito ebraico-cristiano, al sacrificio di Isacco), la giustificazione della violenza e dell’omicidio. Bisognerà attendere l’Illuminismo per ritrovare accenti simili.
Latino 22 vv.
- Illud in his rebus vereor, ne forte rearis
- impia te rationis inire elementa viamque
- indugredi sceleris. quod contra saepius illa
- religio peperit scelerosa atque impia facta.
- Aulide quo pacto Triviai virginis aram
- Iphianassai turparunt sanguine foede
- ductores Danaum delecti, prima virorum.
- cui simul infula virgineos circumdata comptus
- ex utraque pari malarum parte profusast,
- et maestum simul ante aras adstare parentem
- sensit et hunc propter ferrum celare ministros
- aspectuque suo lacrimas effundere civis,
- muta metu terram genibus summissa petebat.
- nec miserae prodesse in tali tempore quibat,
- quod patrio princeps donarat nomine regem.
- nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
- deductast, non ut sollemni more sacrorum
- perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
- sed casta inceste nubendi tempore in ipso
- hostia concideret mactatu maesta parentis,
- exitus ut classi felix faustusque daretur.
- tantum religio potuit suadere malorum.
Traduzione 27 vv.
- Temo che tu sospetti ch’io ti voglia
- avviare a dottrine scellerate
- e farti prendere una via malvagia.
- Ma è più spesso la religione stessa
- che spinge a compiere azioni malvagie
- e scellerate: come quando in Aulide
- i capi greci, uomini eminenti,
- orribilmente violarono l’ara
- della vergine Trivia con il sangue
- d’Ifigenia. Appena le ricadde
- sulle guance la benda che avvolgeva
- i suoi capelli di vergine vide
- il padre triste davanti all’altare
- i sacerdoti che per lui celavano
- la spada e i cittadini che piangevano:
- cadde supplice, muta dal terrore.
- Non servì alla misera ragazza
- aver donato al re il nome di padre.
- Tremava; mani d’uomo la portarono
- all'altare, ma non perché compiuto
- il sacro rito fosse consegnata
- ai chiari canti nuziali, bensì
- per farsi ostia, lei pura, lei colpevole,
- lei vittima nel tempo delle nozze,
- massacrata dal padre perché fosse
- sicura la partenza della navi.
- A tali atrocità spinge la fede.