La conoscenza libera dalla paura
- E verrà forse il giorno in cui tu stesso
- vinto dalle parole spaventose
- d'un profeta vorrai abbandonarmi:
- sono infatti capaci d'inventarsi
- mille sogni al fine di cambiare
- il tuo modo di vivere e turbare
- con la paura qualsiasi tuo bene.
- E certo: se sapessimo che ha fine
- con la morte qualsiasi sofferenza
- non avrebbero presa su di noi
- religioni e profeti minacciosi.
- Ma ora non c'è mezzo e facoltà
- di resistere, perché nella morte
- tocca temere eterne punizioni.
- La natura dell’anima si ignora,
- se con noi nasca o s’insinui alla nascita
- se con noi morta si spezzi nel nulla
- o vada nelle tenebre dell’Orco
- alle grandi paludi o si reincarni
- per decreto divino in qualche bestia
- come credeva Ennio, che per primo
- colse fronde perenni d’Elicona
- e ottenne fama tra le genti italiche;
- dichiara, è vero, nei suoi versi eterni
- che esiste l’Acheronte, ma non l’abitano
- l’anime nostre, né i corpi, ma solo
- parvenze pallidissime di noi.
- Da qui, ricorda, gli giunse il fantasma
- d’Omero la cui fama è senza fine
- e prese a dirgli con lacrime amare
- la natura profonda delle cose.
- Per questo occorre conoscere bene
- ogni cosa del cielo, i movimenti
- del sole e della luna, e quale forza
- governi quel che accade sulla terra,
- ma più urgente è indagare attentamente
- la natura dell’anima e dell’animo
- e che succede quando con terrore
- a volte svegli, se siamo malati,
- a volte invece sepolti nel sonno
- ci sembra di vedere e di sentire
- qui, proprio qui, qualcuno che da tempo
- è un pugno d’ossa che la terra abbraccia.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Tutemet a nobis iam quovis tempore vatum
- terriloquis victus dictis desciscere quaeres.
- quippe etenim quam multa tibi iam fingere possunt
- somnia, quae vitae rationes vertere possint
- fortunasque tuas omnis turbare timore!
- et merito; nam si certam finem esse viderent
- aerumnarum homines, aliqua ratione valerent
- religionibus atque minis obsistere vatum.
- nunc ratio nulla est restandi, nulla facultas,
- aeternas quoniam poenas in morte timendum.
- ignoratur enim quae sit natura animai,
- nata sit an contra nascentibus insinuetur
- et simul intereat nobiscum morte dirempta
- an tenebras Orci visat vastasque lacunas
- an pecudes alias divinitus insinuet se,
- Ennius ut noster cecinit, qui primus amoeno
- detulit ex Helicone perenni fronde coronam,
- per gentis Italas hominum quae clara clueret;
- etsi praeterea tamen esse Acherusia templa
- Ennius aeternis exponit versibus edens,
- quo neque permaneant animae neque corpora nostra,
- sed quaedam simulacra modis pallentia miris;
- unde sibi exortam semper florentis Homeri
- commemorat speciem lacrimas effundere salsas
- coepisse et rerum naturam expandere dictis.
- qua propter bene cum superis de rebus habenda
- nobis est ratio, solis lunaeque meatus
- qua fiant ratione, et qua vi quaeque gerantur
- in terris, tunc cum primis ratione sagaci
- unde anima atque animi constet natura videndum,
- et quae res nobis vigilantibus obvia mentes
- terrificet morbo adfectis somnoque sepultis,
- cernere uti videamur eos audireque coram,
- morte obita quorum tellus amplectitur ossa.
Testo latino: Cyril Bailey
Continua l’attacco alla religione. Essa fa presa su di noi attraverso la paura indotta da una visione del mondo fantastica: il linguaggio oscuro e minaccioso dei sacerdoti e dei vati minaccia punizioni terribili dopo la morte per coloro che negano gli dei o vivono prescindendo dalla religione; gettano un’ombra su qualsiasi gioia e bellezza della vita - fortuna è il termine usato da Lucrezio - allo scopo di rendere fragili e manipolare.
Lucrezio passa quindi in rassegna diverse convinzioni sulla sorte dell’anima dopo la morte. Tra queste la teoria della metempsicosi, che aveva una notevole diffusione nel pensiero greco fin dalle sue origini pitagoriche e che affiora anche nelle opere di autori romani come Ovidio (il libro quindicesimo delle Metamorfosi è interamente pitagorico). Ennio appare come uno dei vates che speculano vanamente sull’esistenza dell’anima dopo la morte (e qui il termine indica ancora un profeta, indovino o sacerdote, mentre in epoca successiva indicherà il poeta, che si suppone ispirato dalle Muse, fino a giungere ai diversi poeti-vate italiani). Ma Lucrezio mostra anche rispetto verso il padre della letteratura latina, colui che con gli Annales ha introdotto a Roma l’esametro. Sembra che qui stia tracciando una genealogia: Omero, apparso ad Ennio (“visus Homerus adesse poeta” è uno dei più celebri frammenti che ci sono rimasti degli Annales)(fr. 6 Sk. = fr. 3 V²), il primo dei poeti Greci; Ennio, il primo dei poeti romani. E Lucrezio stesso, che fa poesia in un modo nuovo: accoglie la grande eredità della poesia greco-romana, ma mettendola al servizio della conoscenza della realtà (cfr. sul rapporto tra Ennio e Lucrezio si veda Nethercut 2021).
Lucrezio non nega che possa apparirci in sogno o, in situazioni particolati (deliri o visioni dovute alla febbre), quando siamo svegli qualcuno che non c’è più. Ma è un errore ritenere che si tratti di anime dei morti che vengono a visitarci. Bisogna invece indagare razionalmente quello che accade.
Latino 34 vv.
- Tutemet a nobis iam quovis tempore vatum
- terriloquis victus dictis desciscere quaeres.
- quippe etenim quam multa tibi iam fingere possunt
- somnia, quae vitae rationes vertere possint
- fortunasque tuas omnis turbare timore!
- et merito; nam si certam finem esse viderent
- aerumnarum homines, aliqua ratione valerent
- religionibus atque minis obsistere vatum.
- nunc ratio nulla est restandi, nulla facultas,
- aeternas quoniam poenas in morte timendum.
- ignoratur enim quae sit natura animai,
- nata sit an contra nascentibus insinuetur
- et simul intereat nobiscum morte dirempta
- an tenebras Orci visat vastasque lacunas
- an pecudes alias divinitus insinuet se,
- Ennius ut noster cecinit, qui primus amoeno
- detulit ex Helicone perenni fronde coronam,
- per gentis Italas hominum quae clara clueret;
- etsi praeterea tamen esse Acherusia templa
- Ennius aeternis exponit versibus edens,
- quo neque permaneant animae neque corpora nostra,
- sed quaedam simulacra modis pallentia miris;
- unde sibi exortam semper florentis Homeri
- commemorat speciem lacrimas effundere salsas
- coepisse et rerum naturam expandere dictis.
- qua propter bene cum superis de rebus habenda
- nobis est ratio, solis lunaeque meatus
- qua fiant ratione, et qua vi quaeque gerantur
- in terris, tunc cum primis ratione sagaci
- unde anima atque animi constet natura videndum,
- et quae res nobis vigilantibus obvia mentes
- terrificet morbo adfectis somnoque sepultis,
- cernere uti videamur eos audireque coram,
- morte obita quorum tellus amplectitur ossa.
Traduzione 43 vv.
- E verrà forse il giorno in cui tu stesso
- vinto dalle parole spaventose
- d'un profeta vorrai abbandonarmi:
- sono infatti capaci d'inventarsi
- mille sogni al fine di cambiare
- il tuo modo di vivere e turbare
- con la paura qualsiasi tuo bene.
- E certo: se sapessimo che ha fine
- con la morte qualsiasi sofferenza
- non avrebbero presa su di noi
- religioni e profeti minacciosi.
- Ma ora non c'è mezzo e facoltà
- di resistere, perché nella morte
- tocca temere eterne punizioni.
- La natura dell’anima si ignora,
- se con noi nasca o s’insinui alla nascita
- se con noi morta si spezzi nel nulla
- o vada nelle tenebre dell’Orco
- alle grandi paludi o si reincarni
- per decreto divino in qualche bestia
- come credeva Ennio, che per primo
- colse fronde perenni d’Elicona
- e ottenne fama tra le genti italiche;
- dichiara, è vero, nei suoi versi eterni
- che esiste l’Acheronte, ma non l’abitano
- l’anime nostre, né i corpi, ma solo
- parvenze pallidissime di noi.
- Da qui, ricorda, gli giunse il fantasma
- d’Omero la cui fama è senza fine
- e prese a dirgli con lacrime amare
- la natura profonda delle cose.
- Per questo occorre conoscere bene
- ogni cosa del cielo, i movimenti
- del sole e della luna, e quale forza
- governi quel che accade sulla terra,
- ma più urgente è indagare attentamente
- la natura dell’anima e dell’animo
- e che succede quando con terrore
- a volte svegli, se siamo malati,
- a volte invece sepolti nel sonno
- ci sembra di vedere e di sentire
- qui, proprio qui, qualcuno che da tempo
- è un pugno d’ossa che la terra abbraccia.