Contro Empedocle
- E poi vi sono quelli che raddoppiano
- gli elementi primari, e al fuoco aggiungono
- l'aria e la terra all'acqua e quanti credono
- che tutto possa nascere da quattro
- elementi, cioè l'aria, la terra
- il fuoco e l'acqua. Primo fra di loro
- l'agrigentino Empedocle, che l'isola
- trinacria generò tra le sue rive;
- lo Ionio la circonda biancheggiando
- nelle sue ampie insenature e un piccolo
- stretto in cui le onde si precipitano
- dalle rive d'Eolia la separa.
- Qui è la vasta Cariddi, qui il rumore
- dell'Etna fa temere che di nuovo
- raccolga l'ira del suo fuoco e vomiti
- dalle sue fauci fiamme fino al cielo.
- E se questa è una terra che ha la fama
- d'avere meraviglie d'ogni genere,
- cose che vanno viste, gran ricchezza
- di beni e gente forte per difenderli,
- non sembra aver avuto tuttavia
- nulla di più mirabile, più santo;
- proclama e insegna cose così splendide
- che sembra quasi un essere divino.
- E tuttavia sia lui che gli altri sopra
- nominati, a lui molto inferiori
- per molti aspetti e ben meno importanti,
- pur avendo scoperto molte cose
- quasi divinamente e benché dessero
- dal profondo dell'animo responsi
- più venerabili e certi di quelli
- della Pizia che parla dal tripode
- e dal lauro di Febo, tuttavia
- indagando i principi delle cose
- rovinarono, e grande fu il cadere
- d'uomini così grandi. In primo luogo
- perché tolgono il vuoto dalle cose
- ma ammettono che esiste il movimento
- e che vi siano cose molli o rade
- come la terra e l'acqua, il sole e l'aria,
- gli animali e le messi e tuttavia
- a tali corpi non mischiano il vuoto.
- E poi perché non pensano che esista
- un limite al dividersi dei corpi
- una pausa al loro frantumarsi
- o che sussista un minimo nei corpi
- mentre vediamo che c'è un punto estremo
- delle cose, la parte più minuscola
- che i nostri sensi riescono a cogliere;
- puoi dedurre che questo punto estremo
- in essi, quello che non si può cogliere
- con la vista, è la loro parte minima.
- S'aggiunge a ciò che, poiché suppongono
- come principi primi cose molli
- che noi vediamo nascere e il cui corpo
- è interamente soggetto alla morte,
- dovrebbe il tutto tornare nel nulla
- e la massa di tutto ciò che esiste
- rinascere dal nulla e rifiorire;
- due cose, lo sai già, molto remote
- dal vero. E poi quegli elementi sono
- nemici in molti modi, sì che l'uno
- è veleno per l'altro: il loro incontro
- li farebbe morire o schizzerebbero
- ovunque come, quando c'è tempesta,
- vediamo fare ai fulmini, alla pioggia
- e al vento. Infine se il mondo si genera
- da questi quattro elementi e poi torna
- a dissolversi in essi, più che dire
- ch'essi sono i principi delle cose
- non dovremmo al contrario ritenere
- che nascano piuttosto dalle cose?
- Tali elementi infatti si producono
- gli uni dagli altri, mutano colore
- e l'intera natura, e ciò dà sempre.
- Se poi credi che i corpi della terra
- e del fuoco s'uniscano ai soffi
- dell'aria e all'acqua gocciolante senza
- che ciò ne cambi in nulla la natura
- sappi che così niente potrà nascere,
- che sia senziente o inanimato come
- un albero, poiché ciascuna cosa
- pur nella massa mostrerebbe intatta
- la sua natura e si vedrebbe l'aria
- mista alla terra e il fuoco resterebbe
- uguale pur essendo unito all'acqua.
- Occorre invece che i principi primi
- generando le cose v'inseriscano
- una certa natura non visibile
- e segreta, affinché nulla prevalga
- e s'imponga impedendo che ogni cosa
- creata possa avere la sua forma.
- Essi vanno a ritroso fino al cielo
- e ai suoi fuochi. All'inizio il fuoco, immaginano,
- diventa aria, poi dall'aria nasce
- l'acqua e dall'acqua la terra; a ritroso
- ritorna poi dalla terra ogni cosa
- all'origine: l'acqua, quindi l'aria
- e il fuoco. E senza sosta si trasformano
- tra di loro, si spostano dal cielo
- alla terra e da qui di nuovo agli astri.
- Non così devono essere i principi.
- È infatti necessario che permanga
- qualcosa l'immutabile, altrimenti
- tutto verrà ricacciato nel nulla.
- E certo tutto ciò che si trasforma
- ed esce dai suoi limiti all'istante
- muore nella sua forma precedente.
- Gli elementi di cui ho appena detto
- invece si trasformano; pertanto
- devono derivare da altre cose
- che nulla può cambiare, se non vuoi
- che tutto il mondo finisca nel nulla.
- Perché piuttosto non pensare a corpi
- la cui natura consenta, ad esempio,
- di comporre ora il fuoco ed ora l’aria,
- aggiungendo o togliendo alcuni d'essi
- o mutandone l'ordine ed il moto,
- e spiegare così ogni cambiamento?
- "Ma è chiaro", obietti, "che quanto è nell'aria
- e nel vento proviene dalla terra,
- e se al tempo opportuno non si sciolgono
- le nuvole e non sferzano le piogge
- gli arboscelli facendoli ondeggiare
- e il sole poi non offre il suo calore
- non crescono le messi né le piante
- e gli animali." Ma certo. Ed aggiungo
- che noi stessi, se non ci sostenessero,
- cibi solidi e liquidi, ben presto
- avremmo il corpo debole e la vita
- svanirebbe dai nervi e dalle ossa.
- Infatti senza dubbio ci sostengono
- e alimentano cose ben precise
- come altre cose servono ad altri esseri.
- Accade perché gli atomi comuni
- a diverse sostanze sono misti
- nelle cose nei modi più diversi
- per cui ogni vivente ha il suo alimento.
- E molto spesso conta quali atomi
- si associano ed in quale posizione
- e quale moto imprimono e ricevono.
- Gli stessi atomi infatti compongono
- il cielo e il mare, le terre ed i fiumi
- e il sole, e ancora le messi, gli arbusti
- e ogni genere d'esseri viventi
- ma mischiati fra loro in vari modi
- e con diversi moti. Nei miei versi
- trovi molte parole, ma le lettere
- sono comuni; devi però ammettere
- che tanto le parole quanto i versi
- sono diversi per suono e per senso.
- Così grande è il potere delle lettere
- con un semplice mutamento d'ordine.
- Ma ben di più sono i mezzi cui possono
- far ricorso i principi delle cose
- per creare la varietà del mondo.
Traduzione: Antonio Vigilante
- adde etiam qui conduplicant primordia rerum
- aera iungentes igni terramque liquori,
- et qui quattuor ex rebus posse omnia rentur
- ex igni terra atque anima procrescere et imbri.
- quorum Acragantinus cum primis Empedocles est,
- insula quem triquetris terrarum gessit in oris,
- quam fluitans circum magnis anfractibus aequor
- Ionium glaucis aspargit virus ab undis,
- angustoque fretu rapidum mare dividit undis
- Aeoliae terrarum oras a finibus eius.
- hic est vasta Charybdis et hic Aetnaea minantur
- murmura flammarum rursum se colligere iras,
- faucibus eruptos iterum vis ut vomat ignis
- ad caelumque ferat flammai fulgura rursum.
- quae cum magna modis multis miranda videtur
- gentibus humanis regio visendaque fertur,
- rebus opima bonis, multa munita virum vi,
- nil tamen hoc habuisse viro praeclarius in se
- nec sanctum magis et mirum carumque videtur.
- carmina quin etiam divini pectoris eius
- vociferantur et exponunt praeclara reperta,
- ut vix humana videatur stirpe creatus.
- Hic tamen et supra quos diximus inferiores
- partibus egregie multis multoque minores,
- quamquam multa bene ac divinitus invenientes
- ex adyto tam quam cordis responsa dedere
- sanctius et multo certa ratione magis quam
- Pythia quae tripodi a Phoebi lauroque profatur,
- principiis tamen in rerum fecere ruinas
- et graviter magni magno cecidere ibi casu;
- primum quod motus exempto rebus inani
- constituunt et res mollis rarasque relinquunt,
- aera solem imbrem terras animalia fruges,1
- nec tamen admiscent in eorum corpus inane;
- deinde quod omnino finem non esse secandis
- corporibus facient neque pausam stare fragori
- nec prorsum in rebus minimum consistere quicquam;
- cum videamus id extremum cuiusque cacumen
- esse quod ad sensus nostros minimum esse videtur,
- conicere ut possis ex hoc, quae cernere non quis
- extremum quod habent, minimum consistere <\in illis>.2
- huc accedit item, quoniam primordia rerum
- mollia constituunt, quae nos nativa videmus
- esse et mortali cum corpore funditus, utqui
- debeat ad nihilum iam rerum summa reverti
- de nihiloque renata vigescere copia rerum;
- quorum utrumque quid a vero iam distet habebis.
- deinde inimica modis multis sunt atque veneno
- ipsa sibi inter se; quare aut congressa peribunt
- aut ita diffugient, ut tempestate coacta
- fulmina diffugere atque imbris ventosque videmus.
- Denique quattuor ex rebus si cuncta creantur
- atque in eas rursum res omnia dissoluuntur,
- qui magis illa queunt rerum primordia dici
- quam contra res illorum retroque putari?
- alternis gignuntur enim mutantque colorem
- et totam inter se naturam tempore ab omni.
- \[fulmina diffugere atque imbris ventosque videmus.]3
- sin ita forte putas ignis terraeque coire
- corpus et aerias auras roremque liquoris,
- nil in concilio naturam ut mutet eorum,
- nulla tibi ex illis poterit res esse creata,
- non animans, non exanimo cum corpore, ut arbos.
- quippe suam quicque in coetu variantis acervi
- naturam ostendet mixtusque videbitur aer
- cum terra simul et quodam cum rore manere.
- at primordia gignundis in rebus oportet
- naturam clandestinam caecamque adhibere,
- emineat ne quid, quod contra pugnet et obstet
- quominus esse queat proprie quodcumque creatur.
- Quin etiam repetunt a caelo atque ignibus eius
- et primum faciunt ignem se vertere in auras
- aeris, hinc imbrem gigni terramque creari
- ex imbri retroque a terra cuncta reverti,
- umorem primum, post aera, deinde calorem,
- nec cessare haec inter se mutare, meare
- a caelo ad terram, de terra ad sidera mundi.
- quod facere haud ullo debent primordia pacto.
- immutabile enim quiddam superare necessest,
- ne res ad nihilum redigantur funditus omnes.
- nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
- continuo hoc mors est illius quod fuit ante.
- quapropter quoniam quae paulo diximus ante
- in commutatum veniunt, constare necessest
- ex aliis ea, quae nequeant convertier usquam,
- ne tibi res redeant ad nilum funditus omnes.
- quin potius tali natura praedita quaedam
- corpora constituas, ignem si forte crearint,
- posse eadem demptis paucis paucisque tributis,
- ordine mutato et motu, facere aeris auras,
- sic alias aliis rebus mutarier omnis?
- 'At manifesta palam res indicat' inquis 'in auras
- aeris e terra res omnis crescere alique;
- et nisi tempestas indulget tempore fausto
- imbribus, ut tabe nimborum arbusta vacillent,
- solque sua pro parte fovet tribuitque calorem,
- crescere non possint fruges arbusta animantes.'
- scilicet et nisi nos cibus aridus et tener umor
- adiuvet, amisso iam corpore vita quoque omnis
- omnibus e nervis atque ossibus exsoluatur.
- adiutamur enim dubio procul atque alimur nos
- certis ab rebus, certis aliae atque aliae res.
- ni mirum quia multa modis communia multis
- multarum rerum in rebus primordia mixta
- sunt, ideo variis variae res rebus aluntur.
- atque eadem magni refert primordia saepe
- cum quibus et quali positura contineantur
- et quos inter se dent motus accipiantque;
- namque eadem caelum mare terras flumina solem
- constituunt, eadem fruges arbusta animantis,
- verum aliis alioque modo commixta moventur.
- quin etiam passim nostris in versibus ipsis
- multa elementa vides multis communia verbis,
- cum tamen inter se versus ac verba necessest
- confiteare et re et sonitu distare sonanti.
- tantum elementa queunt permutato ordine solo;
- at rerum quae sunt primordia, plura adhibere
- possunt unde queant variae res quaeque creari.
- 1 Bailey qui corregge con imbrem il tràdito ignem, per completare l'elenco dei quattro elementi empedoclei.
- 2 Lacuna dei manoscritti. ex illis è un'aggiunta di Munro accolta da Bailey. Lachmann ha proposto di integrare con prorsum, Deufert con certum.
- 3 Il verso ripete il verso 762, senza alcun significato nel contesto, ed è pertanto espunto, come già in O1.
Testo latino: Cyril Bailey
L’atteggiamento di Lucrezio nei confronti di Empedocle è ambivalente. Da un lato lo critica, inserendolo nella schiera dei filosofi della natura che non hanno colto la realtà, dall’altro lo celebra con toni che nel poema sono superati solo dai versi dedicati ad Epicuro: il filosofo agrigentino è sanctum e quasi divino. Un uso di termini religiosi che può sorprendere, in un autore materialista, solo se si dimentica che scopo dell’epicureismo è quello di vivere una vita divina. Uno scopo pienamente raggiunto da Epicuro, ma al quale Empedocle si è avvicinato.
Il suo pensiero — ma Lucrezio parla al plurale, e non è da escludere che polemizzi anche con gli stoici — tuttavia ha limiti precisi. Negando l’esistenza del vuoto, Empedocle non può spiegare né il movimento, che come abbiamo visto per Lucrezio richiede l’esistenza del vuoto, né l’esistenza di cose molli o dalla struttura non compatta, che anch’essa può essere spiegata solo se si ritiene che siano fatte di materia compenetrata dal vuoto (vv. 740-745). Inoltre Empedocle pone all’origine della realtà quattro elementi - l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco - la cui natura è tutt’altro che solida e che vediamo essere soggetti, come corpi, al ciclo di nascita e morte; essendo dunque i principi stessi mortali, l’universo intero dovrebbe morire e rinascere, cosa impossibile (vv. 756-758).
Affinché quattro diversi elementi possano dare origine insieme alla realtà occorre che siano compatibili e in qualche modo complementari, mentre i quattro elementi di cui parla Empedocle sono incompatibili: si pensi all’acqua e al fuoco. L’incontro di simili elementi non ha un effetto creativo, ma distruttivo (vv. 759-762). Filosoficamente interessante è l’argomento seguente. Empedocle afferma che dai quattro elementi si genera il mondo, che poi si dissolve nei quattro elementi, e così via in un processo ciclico. Ma, obietta Lucrezio, come stabilire cosa è causa e cosa effetto? Se il processo è ciclico, si può mettere il punto di inizio sia nei quattro elementi che nei corpi, e affermare che sono questi ultimi a formare i quattro elementi (vv. 763-766). Infine, Lucrezio solleva un’obiezione cruciale di carattere ontologico: se i quattro elementi si uniscono per formare i corpi mantenendo ciascuno la propria natura intatta, allora non si potrà mai formare un nuovo essere con caratteristiche proprie, perché in esso si vedrebbero sempre distintamente l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua (vv. 770-777). Se invece gli elementi perdono la propria natura nel processo di mescolanza, allora non possono essere considerati elementi primi, ma devono essere composti a loro volta da qualcosa di più fondamentale (vv. 778-781).
Quest’ultimo argomento tocca il cuore della differenza tra la fisica empedoclea e quella atomistica: per Empedocle gli elementi sono qualitativamente diversi e mantengono le loro proprietà anche quando si combinano; per Lucrezio invece i veri principi primi devono essere qualitativamente identici (atomi omogenei che differiscono solo per forma, grandezza e movimento) e devono agire in modo “nascosto” (clandestina e caeca, v. 779), cioè senza che le proprietà del composto riflettano direttamente quelle dei componenti.
La critica si estende poi al ciclo di trasformazioni empedocleo: fuoco → aria → acqua → terra e ritorno (vv. 782-789). Per Lucrezio questo processo di trasformazione continua contraddice il requisito fondamentale che i principi primi siano immutabili (immutabile, v. 790). Se tutto può trasformarsi in tutto, allora ogni cosa può “uscire dai propri confini” (v. 792) e questo equivale alla morte di ciò che era prima. Se anche i presunti elementi primi sono soggetti a questa trasformazione, allora devono a loro volta derivare da qualcosa di più stabile e immutabile (vv. 795-797).
Lucrezio conclude proponendo un modello alternativo: esistono corpi la cui natura permette di comporre ora il fuoco, ora l’aria, semplicemente aggiungendo o togliendo alcuni di essi, o cambiandone l’ordine e il movimento (vv. 798-802). Questo anticipa la spiegazione atomistica: gli stessi atomi, combinati in modi diversi, possono produrre sostanze completamente differenti.
L’obiezione finale dell’interlocutore immaginario (“Ma è chiaro che quanto è nell’aria…”) permette a Lucrezio di chiarire che il fatto che piante e animali traggano nutrimento da terra, aria, acqua e sole non significa che questi siano gli elementi costitutivi ultimi della realtà (vv. 803-813). Piuttosto, questo fenomeno si spiega con il fatto che molti atomi sono comuni a diverse sostanze, mescolati in modi diversi (vv. 814-822).
In conclusione torna il tema, già anticipato nel verso 197, dell’analogia con le lettere dell’alfabeto: le stesse lettere, combinate in ordini diversi, producono parole e versi completamente diversi per suono e significato (vv. 823-828); analogamente, gli stessi atomi, combinati diversamente, possono creare la varietà infinita del mondo. Ma mentre le lettere sono poche, i principi primi della natura possono operare con mezzi ancora più numerosi e sottili (vv. 828-829).
Latino 118 vv.
- adde etiam qui conduplicant primordia rerum
- aera iungentes igni terramque liquori,
- et qui quattuor ex rebus posse omnia rentur
- ex igni terra atque anima procrescere et imbri.
- quorum Acragantinus cum primis Empedocles est,
- insula quem triquetris terrarum gessit in oris,
- quam fluitans circum magnis anfractibus aequor
- Ionium glaucis aspargit virus ab undis,
- angustoque fretu rapidum mare dividit undis
- Aeoliae terrarum oras a finibus eius.
- hic est vasta Charybdis et hic Aetnaea minantur
- murmura flammarum rursum se colligere iras,
- faucibus eruptos iterum vis ut vomat ignis
- ad caelumque ferat flammai fulgura rursum.
- quae cum magna modis multis miranda videtur
- gentibus humanis regio visendaque fertur,
- rebus opima bonis, multa munita virum vi,
- nil tamen hoc habuisse viro praeclarius in se
- nec sanctum magis et mirum carumque videtur.
- carmina quin etiam divini pectoris eius
- vociferantur et exponunt praeclara reperta,
- ut vix humana videatur stirpe creatus.
- Hic tamen et supra quos diximus inferiores
- partibus egregie multis multoque minores,
- quamquam multa bene ac divinitus invenientes
- ex adyto tam quam cordis responsa dedere
- sanctius et multo certa ratione magis quam
- Pythia quae tripodi a Phoebi lauroque profatur,
- principiis tamen in rerum fecere ruinas
- et graviter magni magno cecidere ibi casu;
- primum quod motus exempto rebus inani
- constituunt et res mollis rarasque relinquunt,
- aera solem imbrem terras animalia fruges,1
- nec tamen admiscent in eorum corpus inane;
- deinde quod omnino finem non esse secandis
- corporibus facient neque pausam stare fragori
- nec prorsum in rebus minimum consistere quicquam;
- cum videamus id extremum cuiusque cacumen
- esse quod ad sensus nostros minimum esse videtur,
- conicere ut possis ex hoc, quae cernere non quis
- extremum quod habent, minimum consistere <\in illis>.2
- huc accedit item, quoniam primordia rerum
- mollia constituunt, quae nos nativa videmus
- esse et mortali cum corpore funditus, utqui
- debeat ad nihilum iam rerum summa reverti
- de nihiloque renata vigescere copia rerum;
- quorum utrumque quid a vero iam distet habebis.
- deinde inimica modis multis sunt atque veneno
- ipsa sibi inter se; quare aut congressa peribunt
- aut ita diffugient, ut tempestate coacta
- fulmina diffugere atque imbris ventosque videmus.
- Denique quattuor ex rebus si cuncta creantur
- atque in eas rursum res omnia dissoluuntur,
- qui magis illa queunt rerum primordia dici
- quam contra res illorum retroque putari?
- alternis gignuntur enim mutantque colorem
- et totam inter se naturam tempore ab omni.
- \[fulmina diffugere atque imbris ventosque videmus.]3
- sin ita forte putas ignis terraeque coire
- corpus et aerias auras roremque liquoris,
- nil in concilio naturam ut mutet eorum,
- nulla tibi ex illis poterit res esse creata,
- non animans, non exanimo cum corpore, ut arbos.
- quippe suam quicque in coetu variantis acervi
- naturam ostendet mixtusque videbitur aer
- cum terra simul et quodam cum rore manere.
- at primordia gignundis in rebus oportet
- naturam clandestinam caecamque adhibere,
- emineat ne quid, quod contra pugnet et obstet
- quominus esse queat proprie quodcumque creatur.
- Quin etiam repetunt a caelo atque ignibus eius
- et primum faciunt ignem se vertere in auras
- aeris, hinc imbrem gigni terramque creari
- ex imbri retroque a terra cuncta reverti,
- umorem primum, post aera, deinde calorem,
- nec cessare haec inter se mutare, meare
- a caelo ad terram, de terra ad sidera mundi.
- quod facere haud ullo debent primordia pacto.
- immutabile enim quiddam superare necessest,
- ne res ad nihilum redigantur funditus omnes.
- nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
- continuo hoc mors est illius quod fuit ante.
- quapropter quoniam quae paulo diximus ante
- in commutatum veniunt, constare necessest
- ex aliis ea, quae nequeant convertier usquam,
- ne tibi res redeant ad nilum funditus omnes.
- quin potius tali natura praedita quaedam
- corpora constituas, ignem si forte crearint,
- posse eadem demptis paucis paucisque tributis,
- ordine mutato et motu, facere aeris auras,
- sic alias aliis rebus mutarier omnis?
- 'At manifesta palam res indicat' inquis 'in auras
- aeris e terra res omnis crescere alique;
- et nisi tempestas indulget tempore fausto
- imbribus, ut tabe nimborum arbusta vacillent,
- solque sua pro parte fovet tribuitque calorem,
- crescere non possint fruges arbusta animantes.'
- scilicet et nisi nos cibus aridus et tener umor
- adiuvet, amisso iam corpore vita quoque omnis
- omnibus e nervis atque ossibus exsoluatur.
- adiutamur enim dubio procul atque alimur nos
- certis ab rebus, certis aliae atque aliae res.
- ni mirum quia multa modis communia multis
- multarum rerum in rebus primordia mixta
- sunt, ideo variis variae res rebus aluntur.
- atque eadem magni refert primordia saepe
- cum quibus et quali positura contineantur
- et quos inter se dent motus accipiantque;
- namque eadem caelum mare terras flumina solem
- constituunt, eadem fruges arbusta animantis,
- verum aliis alioque modo commixta moventur.
- quin etiam passim nostris in versibus ipsis
- multa elementa vides multis communia verbis,
- cum tamen inter se versus ac verba necessest
- confiteare et re et sonitu distare sonanti.
- tantum elementa queunt permutato ordine solo;
- at rerum quae sunt primordia, plura adhibere
- possunt unde queant variae res quaeque creari.
- 1 Bailey qui corregge con imbrem il tràdito ignem, per completare l'elenco dei quattro elementi empedoclei.
- 2 Lacuna dei manoscritti. ex illis è un'aggiunta di Munro accolta da Bailey. Lachmann ha proposto di integrare con prorsum, Deufert con certum.
- 3 Il verso ripete il verso 762, senza alcun significato nel contesto, ed è pertanto espunto, come già in O1.
Traduzione 156 vv.
- E poi vi sono quelli che raddoppiano
- gli elementi primari, e al fuoco aggiungono
- l'aria e la terra all'acqua e quanti credono
- che tutto possa nascere da quattro
- elementi, cioè l'aria, la terra
- il fuoco e l'acqua. Primo fra di loro
- l'agrigentino Empedocle, che l'isola
- trinacria generò tra le sue rive;
- lo Ionio la circonda biancheggiando
- nelle sue ampie insenature e un piccolo
- stretto in cui le onde si precipitano
- dalle rive d'Eolia la separa.
- Qui è la vasta Cariddi, qui il rumore
- dell'Etna fa temere che di nuovo
- raccolga l'ira del suo fuoco e vomiti
- dalle sue fauci fiamme fino al cielo.
- E se questa è una terra che ha la fama
- d'avere meraviglie d'ogni genere,
- cose che vanno viste, gran ricchezza
- di beni e gente forte per difenderli,
- non sembra aver avuto tuttavia
- nulla di più mirabile, più santo;
- proclama e insegna cose così splendide
- che sembra quasi un essere divino.
- E tuttavia sia lui che gli altri sopra
- nominati, a lui molto inferiori
- per molti aspetti e ben meno importanti,
- pur avendo scoperto molte cose
- quasi divinamente e benché dessero
- dal profondo dell'animo responsi
- più venerabili e certi di quelli
- della Pizia che parla dal tripode
- e dal lauro di Febo, tuttavia
- indagando i principi delle cose
- rovinarono, e grande fu il cadere
- d'uomini così grandi. In primo luogo
- perché tolgono il vuoto dalle cose
- ma ammettono che esiste il movimento
- e che vi siano cose molli o rade
- come la terra e l'acqua, il sole e l'aria,
- gli animali e le messi e tuttavia
- a tali corpi non mischiano il vuoto.
- E poi perché non pensano che esista
- un limite al dividersi dei corpi
- una pausa al loro frantumarsi
- o che sussista un minimo nei corpi
- mentre vediamo che c'è un punto estremo
- delle cose, la parte più minuscola
- che i nostri sensi riescono a cogliere;
- puoi dedurre che questo punto estremo
- in essi, quello che non si può cogliere
- con la vista, è la loro parte minima.
- S'aggiunge a ciò che, poiché suppongono
- come principi primi cose molli
- che noi vediamo nascere e il cui corpo
- è interamente soggetto alla morte,
- dovrebbe il tutto tornare nel nulla
- e la massa di tutto ciò che esiste
- rinascere dal nulla e rifiorire;
- due cose, lo sai già, molto remote
- dal vero. E poi quegli elementi sono
- nemici in molti modi, sì che l'uno
- è veleno per l'altro: il loro incontro
- li farebbe morire o schizzerebbero
- ovunque come, quando c'è tempesta,
- vediamo fare ai fulmini, alla pioggia
- e al vento. Infine se il mondo si genera
- da questi quattro elementi e poi torna
- a dissolversi in essi, più che dire
- ch'essi sono i principi delle cose
- non dovremmo al contrario ritenere
- che nascano piuttosto dalle cose?
- Tali elementi infatti si producono
- gli uni dagli altri, mutano colore
- e l'intera natura, e ciò dà sempre.
- Se poi credi che i corpi della terra
- e del fuoco s'uniscano ai soffi
- dell'aria e all'acqua gocciolante senza
- che ciò ne cambi in nulla la natura
- sappi che così niente potrà nascere,
- che sia senziente o inanimato come
- un albero, poiché ciascuna cosa
- pur nella massa mostrerebbe intatta
- la sua natura e si vedrebbe l'aria
- mista alla terra e il fuoco resterebbe
- uguale pur essendo unito all'acqua.
- Occorre invece che i principi primi
- generando le cose v'inseriscano
- una certa natura non visibile
- e segreta, affinché nulla prevalga
- e s'imponga impedendo che ogni cosa
- creata possa avere la sua forma.
- Essi vanno a ritroso fino al cielo
- e ai suoi fuochi. All'inizio il fuoco, immaginano,
- diventa aria, poi dall'aria nasce
- l'acqua e dall'acqua la terra; a ritroso
- ritorna poi dalla terra ogni cosa
- all'origine: l'acqua, quindi l'aria
- e il fuoco. E senza sosta si trasformano
- tra di loro, si spostano dal cielo
- alla terra e da qui di nuovo agli astri.
- Non così devono essere i principi.
- È infatti necessario che permanga
- qualcosa l'immutabile, altrimenti
- tutto verrà ricacciato nel nulla.
- E certo tutto ciò che si trasforma
- ed esce dai suoi limiti all'istante
- muore nella sua forma precedente.
- Gli elementi di cui ho appena detto
- invece si trasformano; pertanto
- devono derivare da altre cose
- che nulla può cambiare, se non vuoi
- che tutto il mondo finisca nel nulla.
- Perché piuttosto non pensare a corpi
- la cui natura consenta, ad esempio,
- di comporre ora il fuoco ed ora l’aria,
- aggiungendo o togliendo alcuni d'essi
- o mutandone l'ordine ed il moto,
- e spiegare così ogni cambiamento?
- "Ma è chiaro", obietti, "che quanto è nell'aria
- e nel vento proviene dalla terra,
- e se al tempo opportuno non si sciolgono
- le nuvole e non sferzano le piogge
- gli arboscelli facendoli ondeggiare
- e il sole poi non offre il suo calore
- non crescono le messi né le piante
- e gli animali." Ma certo. Ed aggiungo
- che noi stessi, se non ci sostenessero,
- cibi solidi e liquidi, ben presto
- avremmo il corpo debole e la vita
- svanirebbe dai nervi e dalle ossa.
- Infatti senza dubbio ci sostengono
- e alimentano cose ben precise
- come altre cose servono ad altri esseri.
- Accade perché gli atomi comuni
- a diverse sostanze sono misti
- nelle cose nei modi più diversi
- per cui ogni vivente ha il suo alimento.
- E molto spesso conta quali atomi
- si associano ed in quale posizione
- e quale moto imprimono e ricevono.
- Gli stessi atomi infatti compongono
- il cielo e il mare, le terre ed i fiumi
- e il sole, e ancora le messi, gli arbusti
- e ogni genere d'esseri viventi
- ma mischiati fra loro in vari modi
- e con diversi moti. Nei miei versi
- trovi molte parole, ma le lettere
- sono comuni; devi però ammettere
- che tanto le parole quanto i versi
- sono diversi per suono e per senso.
- Così grande è il potere delle lettere
- con un semplice mutamento d'ordine.
- Ma ben di più sono i mezzi cui possono
- far ricorso i principi delle cose
- per creare la varietà del mondo.