I minimi
- Poiché inoltre esiste un punto estremo
- di questi corpi primi che non può
- esser colto dai sensi, certamente
- non è composto a sua volta da parti,
- ha una natura minima né mai
- ha avuto un'esistenza separata
- o potrà averla in futuro, poiché
- esso stesso è parte prima e unica
- d'un altro corpo. E altre parti simili
- s'aggiungono con ordine in gran numero
- e si stringono in modo da formare
- i corpi elementari; dal momento
- che non possono stare separate
- occorre che aderiscano in un nesso
- da cui non possano essere strappate.
- Sono dunque, i corpi primordiali,
- dotati di semplicità ben solida;
- le loro parti minime si aggregano
- in ranghi ben serrati, ma a formarli
- non è la loro unione; è piuttosto
- la forza eterna della stessa loro
- semplicità. Ad essi non consente
- la natura che sia tolto o sottratto
- alcunché, preservandoli in quanto
- semi di tutte le cose. Del resto
- se non ci fosse questa parte minima
- i corpi elementari si potrebbero
- ridurre ancora in parti piccolissime,
- e questo all’infinito: di ogni parte
- vi sarà la metà, senza mai termine.
- Che differenza vi sarà tra il cosmo
- intero e le sue parti più minuscole?
- Non sarà più possibile distinguerli.
- La più piccola cosa, divisibile
- internamente in infinite parti
- sarà infinita proprio come il tutto.
- Ma ciò ripugna alla ragione e l'animo
- fatica a crederlo. Arrenditi e ammetti
- l'esistenza di corpi elementari
- non divisibili in parti ulteriori;
- e se ne riconosci l'esistenza
- vedrai che sono anche eterni e solidi.
- Se la natura creatrice di tutto
- fosse solita spingere le cose
- a dividersi sempre in parti minime
- con queste non sarebbe più capace
- di ricomporre alcunché. Corpi ai quali
- non si può aggiungere nulla non hanno
- quello che è necessario alla materia
- per generare: i vari intrecci, il peso,
- il movimento, gli urti ed il convergere
- da cui deriva tutto ciò che esiste.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Tum porro quoniam est extremum quodque cacumen
- corporis illius, quod nostri cernere sensus
- iam nequeunt, id nimirum sine partibus extat
- et minima constat natura nec fuit umquam
- per se secretum neque post hac esse valebit,
- alterius quoniamst ipsum pars primaque et una,
- inde aliae atque aliae similes ex ordine partes
- agmine condenso naturam corporis explent;
- quae quoniam per se nequeunt constare, necessest
- haerere unde queant nulla ratione revelli.
- sunt igitur solida primordia simplicitate,
- quae minimis stipata cohaerent partibus arte,
- non ex illorum conventu conciliata,
- sed magis aeterna pollentia simplicitate,
- unde neque avelli quicquam neque deminui iam
- concedit natura reservans semina rebus.
- praeterea nisi erit minimum, parvissima quaeque
- corpora constabunt ex partibus infinitis,
- quippe ubi dimidiae partis pars semper habebit
- dimidiam partem nec res praefiniet ulla.
- ergo rerum inter summam minimamque quod escit?
- nil erit ut distet; nam quamvis funditus omnis
- summa sit infinita, tamen, parvissima quae sunt,
- ex infinitis constabunt partibus aeque.
- quod quoniam ratio reclamat vera negatque
- credere posse animum, victus fateare necessest
- esse ea quae nullis iam praedita partibus extent
- et minima constent natura. quae quoniam sunt,
- illa quoque esse tibi solida atque aeterna fatendum.
- denique si minimas in partis cuncta resolvi
- cogere consuesset rerum natura creatrix,
- iam nihil ex illis eadem reparare valeret
- propterea quia, quae nullis sunt partibus aucta,
- non possunt ea quae debet genitalis habere
- materies, varios conexus pondera plagas
- concursus motus, per quas res quaeque geruntur.
Testo latino: Cyril Bailey
Questo passo non facile presenta la dottrina dei minimi (τὰ ἑλάχιστα), con la quale Epicuro cerca di risolvere alcuni problemi teorici dell’atomismo. Il riferimento è ancora la Lettera a Erodoto, in cui filosofo greco afferma che la grandezza degli atomi è limitata, perché altrimenti “bisognerebbe che giungessero ai nostri sensi degli atomi visibili, cosa che non può accadere, né si può immaginare come potrebbe esser visibile un atomo” (56; Epicuro 1960, p. 50). Inoltre bisogna che gli atomi abbiano una grande varietà di forme, perché da atomi identici non potrebbe formarsi una realtà varia e multiforme come quella che possiamo constatare. Tutta via questa affermazione pone un problema: come è possibile distinguere un atomo grande da uno piccolo, se gli atomi non sono composti da parti, essendo l’ultima parte della materia, non ulteriormente riducibile? Epicuro risponde distinguendo due tipi di divisibilità: quella effettiva e quella teorica. Nel caso della divisibilità effettiva, possiamo affermare che un corpo è costituito da parti che sono da esso distinte, e che aggregrandosi gli danno forma. In questo senso diciamo, appunto, che i corpi sono formati da atomi. Ma all’interno dello stesso atomo possiamo individuare delle parti minime, che non sono assolutamente indipendenti da esso dal punto di vista fisico e corporeo, ma possono essere separate teoricamente.
Lucrezio traduce il termine greco con extremum e cacumen, spiegando che queste parti minime individuabili negli atomi sono unite non per aggregazione meccanica (non ex illorum conventu, v. 611), ma per una necessità ontologica che la natura stessa (v. 614) garantisce. Procede poi con una riduzione all’assurdo: se non esistesse un minimo indivisibile ogni corpo, per quanto piccolo, sarebbe divisibile all’infinito. Ma questo porterebbe a conseguenze paradossali: ogni parte avrebbe sempre una metà, all’infinito (dimidiae partis pars semper habebit / dimidiam partem, vv. 617-618); non vi sarebbe più differenza tra il cosmo intero e le sue parti più piccole (nil erit ut distet, v. 620); anche le cose minime sarebbero composte da infinite parti, quindi infinite esse stesse (vv. 621-622). Questa conclusione “ripugna alla ragione” (ratio reclamat, v. 623).
L’argomento conclusivo è di carattere cosmologico: se la natura (rerum natura creatrix, v. 628) dividesse tutto in parti sempre più piccole, non potrebbe più ricomporre nulla (nihil reparare valeret, v. 630). I corpi privi di parti non possiedono infatti ciò che è necessario alla materia generativa (genitalis materies, v. 632): i legami, i pesi, gli urti, i movimenti, da cui deriva tutto ciò che esiste.
Latino 36 vv.
- Tum porro quoniam est extremum quodque cacumen
- corporis illius, quod nostri cernere sensus
- iam nequeunt, id nimirum sine partibus extat
- et minima constat natura nec fuit umquam
- per se secretum neque post hac esse valebit,
- alterius quoniamst ipsum pars primaque et una,
- inde aliae atque aliae similes ex ordine partes
- agmine condenso naturam corporis explent;
- quae quoniam per se nequeunt constare, necessest
- haerere unde queant nulla ratione revelli.
- sunt igitur solida primordia simplicitate,
- quae minimis stipata cohaerent partibus arte,
- non ex illorum conventu conciliata,
- sed magis aeterna pollentia simplicitate,
- unde neque avelli quicquam neque deminui iam
- concedit natura reservans semina rebus.
- praeterea nisi erit minimum, parvissima quaeque
- corpora constabunt ex partibus infinitis,
- quippe ubi dimidiae partis pars semper habebit
- dimidiam partem nec res praefiniet ulla.
- ergo rerum inter summam minimamque quod escit?
- nil erit ut distet; nam quamvis funditus omnis
- summa sit infinita, tamen, parvissima quae sunt,
- ex infinitis constabunt partibus aeque.
- quod quoniam ratio reclamat vera negatque
- credere posse animum, victus fateare necessest
- esse ea quae nullis iam praedita partibus extent
- et minima constent natura. quae quoniam sunt,
- illa quoque esse tibi solida atque aeterna fatendum.
- denique si minimas in partis cuncta resolvi
- cogere consuesset rerum natura creatrix,
- iam nihil ex illis eadem reparare valeret
- propterea quia, quae nullis sunt partibus aucta,
- non possunt ea quae debet genitalis habere
- materies, varios conexus pondera plagas
- concursus motus, per quas res quaeque geruntur.
Traduzione 52 vv.
- Poiché inoltre esiste un punto estremo
- di questi corpi primi che non può
- esser colto dai sensi, certamente
- non è composto a sua volta da parti,
- ha una natura minima né mai
- ha avuto un'esistenza separata
- o potrà averla in futuro, poiché
- esso stesso è parte prima e unica
- d'un altro corpo. E altre parti simili
- s'aggiungono con ordine in gran numero
- e si stringono in modo da formare
- i corpi elementari; dal momento
- che non possono stare separate
- occorre che aderiscano in un nesso
- da cui non possano essere strappate.
- Sono dunque, i corpi primordiali,
- dotati di semplicità ben solida;
- le loro parti minime si aggregano
- in ranghi ben serrati, ma a formarli
- non è la loro unione; è piuttosto
- la forza eterna della stessa loro
- semplicità. Ad essi non consente
- la natura che sia tolto o sottratto
- alcunché, preservandoli in quanto
- semi di tutte le cose. Del resto
- se non ci fosse questa parte minima
- i corpi elementari si potrebbero
- ridurre ancora in parti piccolissime,
- e questo all’infinito: di ogni parte
- vi sarà la metà, senza mai termine.
- Che differenza vi sarà tra il cosmo
- intero e le sue parti più minuscole?
- Non sarà più possibile distinguerli.
- La più piccola cosa, divisibile
- internamente in infinite parti
- sarà infinita proprio come il tutto.
- Ma ciò ripugna alla ragione e l'animo
- fatica a crederlo. Arrenditi e ammetti
- l'esistenza di corpi elementari
- non divisibili in parti ulteriori;
- e se ne riconosci l'esistenza
- vedrai che sono anche eterni e solidi.
- Se la natura creatrice di tutto
- fosse solita spingere le cose
- a dividersi sempre in parti minime
- con queste non sarebbe più capace
- di ricomporre alcunché. Corpi ai quali
- non si può aggiungere nulla non hanno
- quello che è necessario alla materia
- per generare: i vari intrecci, il peso,
- il movimento, gli urti ed il convergere
- da cui deriva tutto ciò che esiste.