Gli atomi non hanno colore
- Fai attenzione adesso alle parole
- per te cercate con dolce fatica,
- affinché tu non creda che le cose
- che si mostrano candide ai tuoi occhi
- prendano il bianco dai loro principi
- e invece nascano da semi neri
- quelle che appaiono scure. E non credere
- che le altre cose tinte in qualche modo
- abbiano gli elementi che compongono
- il loro corpo d'una tinta simile.
- Gli atomi infatti non hanno colore:
- né uguale alle cose, né diverso.
- Se ritieni che l’animo non possa
- slanciarsi fino agli atomi ti sbagli
- grandemente. Se infatti i ciechi nati,
- che mai la luce del sole hanno scorto,
- riescono al tatto a conoscere corpi
- che mai hanno associato ad un colore,
- è possibile certo che la nostra
- mente giunga ad avere una nozione
- di corpi privi di colore. In fondo
- noi stessi siamo in grado, quando è buio,
- di riconoscere al tatto le cose
- pur senza percepire alcun colore.
- Dopo averti provato che è possibile
- ora ti mostrerò che questo accade.
- Ogni colore si muta in ogni altro,
- cosa che mai può succedere agli atomi.
- È infatti necessario che permanga
- qualcosa d’immutabile, altrimenti
- tutto verrà ricacciato nel nulla.
- E certo tutto ciò che si trasforma
- ed esce dai suoi limiti all’istante
- muore nella sua forma precedente.
- Guardati dunque dal contaminare
- con i colori i semi primordiali
- o tutto ti ritornerà nel nulla.
- E ancora: se ai principi non è stato
- concesso alcun colore ed hanno forme
- diverse con le quali danno origine
- ai colori e li variano, poiché
- importa molto con quali altri semi
- e in quale posizione ciascun seme
- venga congiunto e quali movimenti
- imprimano e ricevano a vicenda
- ti sarà facile spiegare come
- le cose nere fino a poco fa
- possano diventare all'improvviso
- candide come il marmo, come accade
- al mare quando i grandi venti scuotono
- la sua distesa e si trasforma in bianchi
- flutti di candido marmo. Potresti
- dire che spesso quello che ci appare
- nero qualora sia rimescolata
- la sua materia e sia mutato l'ordine
- degli atomi e qualcosa viene aggiunto
- o tolto subito accade che appaia
- bianco e splendente. Ma se invece le acque
- del mare risultassero da semi
- azzurri non potrebbero imbiancarsi
- in nessun modo: comunque rimescoli
- degli elementi azzurri mai avranno
- il candore del marmo. Se poi fossero
- alcuni d’un colore, altri di un altro
- i semi che compongono il nitore
- del mare, così limpido e uniforme,
- come spesso da forme differenti
- viene fuori un quadrato ben compatto,
- allora converrebbe, come accade
- in un tale quadrato, in cui scorgiamo
- le diverse figure che lo formano,
- distinguere nel mare o in qualche altra
- cosa dotata d’un nitore limpido
- e uniforme colori differenti.
- Non soltanto. Nel caso del quadrato
- le varietà dei pezzi che lo formano
- non impedisce che all’esterno appaia
- quadrato; non così la varietà
- dei colori, che invece non consente
- che l’insieme abbia un unico colore.
- Inoltre la ragione che ci induce
- e alletta ad assegnare certe volte
- dei colori ai principi delle cose
- viene meno, poiché le cose bianche
- e nere non derivano da atomi
- bianchi e neri ma sorgono da un misto
- di atomi di colori differenti.
- Molto più facile è infatti che quanto
- è bianco sorga da nessun colore
- piuttosto che dal nero o da qualche altro
- colore ad esso opposto e contrastante.
- Oltre a ciò, dal momento che i colori
- non esistono senza luce, e gli atomi
- invece non appaiono alla luce
- non possiamo pensarli che incolori.
- Quale colore mai potrebbe esserci
- nel buio cieco? E per di più il colore
- muta grazie alla luce, dal momento
- che risplende diverso se a colpirlo
- è una luce diretta oppure obliqua;
- così succede nel sole alle piume
- che circondano il collo dei colombi:
- splendono a volte quasi come rosso
- piròpo1, ma talvolta si presenta
- una speciale sensazione: insieme
- mescolati il corallo e lo smeraldo.
- Ugualmente la coda del pavone
- cambia i propri colori quando ruota
- in piena luce. E poiché è l'incidenza
- della luce a far sorgere il colore
- è legittimo credere che senza
- la luce non si dia colore alcuno.
- Poiché quando si dice che vediamo
- il bianco la pupilla ha ricevuto
- un certo tipo di colpo, ed un altro
- quando vediamo il nero e altri colori,
- e non importa di quale colore
- siano dotate le cose che tocchi
- quanto piuttosto il tipo di figura
- cui si conformano, appare evidente
- che i princìpi non hanno alcun bisogno
- del colore bensì con varie forme
- generano impressioni differenti.
- Poiché inoltre non c’è corrispondenza
- tra la natura d’un certo colore
- ed una certa figura degli atomi
- e ogni conformazione dei principi
- può ritrovarsi in qualsiasi colore
- come mai non accade che ugualmente
- ciò che essi formano, specie per specie,
- abbia in sé ogni specie di colore?
- E dovrebbero, certo, spesso i corvi
- mostrare in volo il bianco delle piume
- e da atomi neri venir fuori
- cigni neri, o di qualche altro colore
- che sia unico o vario. E in verità
- quanto più una cosa è sminuzzata
- tanto più puoi vedere che il colore
- svanisce poco a poco e poi s’estingue;
- così accade se prendi della stoffa
- colorata con l’ostro e la riduci
- in parti piccolissime: la porpora
- il cui splendore vince ogni colore
- si disperde del tutto, mano a mano
- che si sfilaccia la trama. E da questo
- comprendi che le particelle perdono
- tutto il colore prima di ridursi
- agli elementi primi. Poiché infine
- ammetti che non tutti i corpi emettono
- voce né odore, non a tutti quindi
- i corpi attribuirai suoni ed odori.
- Così, poiché con gli occhi non possiamo
- discernere ogni cosa, è chiaro, esistono
- alcune cose prive di colore
- come ve n'è qualcuna senza odore
- e silenziosa, e la mente sagace
- può conoscerle, proprio come coglie
- le cose prive di altre qualità.
- 1 Il latino pyropus (dal greco, "dall’aspetto di fuoco») indicava una lega di oro e bronzo, che Plinio descrive come composta di una parte d’oro e quattro di bronzo (Nat. hist. XXXIV 94), ma anche una pietra preziosa rossa, probabilmente un granato. L’accostamento allo smeraldo e al corallo fa preferire qui il secondo senso, come osserva Bailey; l’italiano "piropo" designa appunto una varietà di granato rosso. Il termine ricorre in Ovidio, nella reggia del Sole (Met. II 2), dove però non permette di decidere tra i due significati.
Traduzione: Antonio Vigilante
- Nunc age dicta meo dulci quaesita labore
- percipe, ne forte haec albis ex alba rearis
- principiis esse, ante oculos quae candida cernis,
- aut ea quae nigrant nigro de semine nata;
- nive alium quemvis quae sunt imbuta colorem,
- propterea gerere hunc credas, quod materiai
- corpora consimili sint eius tincta colore.
- nullus enim color est omnino materiai
- corporibus, neque par rebus neque denique dispar.
- in quae corpora si nullus tibi forte videtur
- posse animi iniectus fieri, procul avius erras.
- nam cum caecigeni, solis qui lumina numquam
- dispexere, tamen cognoscant corpora tactu
- ex ineunte aevo nullo coniuncta colore,
- scire licet nostrae quoque menti corpora posse
- verti in notitiam nullo circumlita fuco.
- denique nos ipsi caecis quaecumque tenebris
- tangimus, haud ullo sentimus tincta colore.
- quod quoniam vinco fieri, nunc esse docebo.1
- ⟨...⟩
- Omnis enim color omnino mutatur in omnis;
- quod facere haud ullo debent primordia pacto.2
- immutabile enim quiddam superare necessest,
- ne res ad nilum redigantur funditus omnes.
- nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
- continuo hoc mors est illius quod fuit ante.
- proinde colore cave contingas semina rerum,
- ne tibi res redeant ad nilum funditus omnes.
- Praeterea si nulla coloris principiis est
- reddita natura et variis sunt praedita formis,
- e quibus omne genus gignunt variantque colores
- propterea, magni quod refert semina quaeque
- cum quibus et quali positura contineantur
- et quos inter se dent motus accipiantque,
- perfacile extemplo rationem reddere possis
- cur ea quae nigro fuerint paulo ante colore,
- marmoreo fieri possint candore repente;
- ut mare, cum magni commorunt aequora venti,
- vertitur in canos candenti marmore fluctus.
- dicere enim possis, nigrum quod saepe videmus,
- materies ubi permixta est illius et ordo
- principiis mutatus et addita demptaque quaedam,
- continuo id fieri ut candens videatur et album.
- quod si caeruleis constarent aequora ponti
- seminibus, nullo possent albescere pacto.
- nam quocumque modo perturbes caerula quae sint,
- numquam in marmoreum possunt migrare colorem.
- sin alio atque alio sunt semina tincta colore
- quae maris efficiunt unum purumque nitorem,
- ut saepe ex aliis formis variisque figuris
- efficitur quiddam quadratum unaque figura,
- conveniebat, ut in quadrato cernimus esse
- dissimilis formas, ita cernere in aequore ponti
- aut alio in quovis uno puroque nitore
- dissimilis longe inter se variosque colores.
- praeterea nil officiunt obstantque figurae
- dissimiles quo quadratum minus omne sit extra;
- at varii rerum impediunt prohibentque colores
- quominus esse uno possit res tota nitore.
- Tum porro quae ducit et inlicit ut tribuamus
- principiis rerum nonnumquam causa colores,
- occidit, ex albis quoniam non alba creantur,
- nec quae nigra cluent de nigris sed variis ex.
- quippe etenim multo proclivius exorientur
- candida de nullo quam nigro nata colore
- aut alio quovis qui contra pugnet et obstet.
- Praeterea quoniam nequeunt sine luce colores
- esse neque in lucem exsistunt primordia rerum,
- scire licet quam sint nullo velata colore.
- qualis enim caecis poterit color esse tenebris?
- lumine quin ipso mutatur propterea quod
- recta aut obliqua percussus luce refulget;
- pluma columbarum quo pacto in sole videtur,
- quae sita cervices circum collumque coronat;
- namque alias fit uti claro sit rubra pyropo,
- interdum quodam sensu fit uti videatur
- inter curalium viridis miscere zmaragdos.
- caudaque pavonis, larga cum luce repleta est,
- consimili mutat ratione obversa colores;
- qui quoniam quodam gignuntur luminis ictu,
- scire licet, sine eo fieri non posse putandum est.
- et quoniam plagae quoddam genus excipit in se
- pupula, cum sentire colorem dicitur album,
- atque aliud porro, nigrum cum et cetera sentit,
- nec refert ea quae tangas quo forte colore
- praedita sint, verum quali magis apta figura,
- scire licet nil principiis opus esse colore,
- sed variis formis variantis edere tactus.
- Praeterea quoniam non certis certa figuris
- est natura coloris et omnia principiorum
- formamenta queunt in quovis esse nitore,
- cur ea quae constant ex illis non pariter sunt
- omne genus perfusa coloribus in genere omni?
- conveniebat enim corvos quoque saepe volantis
- ex albis album pinnis iactare colorem
- et nigros fieri nigro de semine cycnos
- aut alio quovis uno varioque colore.
- Quin etiam quanto in partis res quaeque minutas
- distrahitur magis, hoc magis est ut cernere possis
- evanescere paulatim stinguique colorem;
- ut fit ubi in parvas partis discerpitur austrum:
- purpura poeniceusque color clarissimu’ multo,
- filatim cum distractum est, disperditur omnis;
- noscere ut hinc possis prius omnem efflare colorem
- particulas quam discedant ad semina rerum.
- Postremo quoniam non omnia corpora vocem
- mittere concedis neque odorem, propterea fit
- ut non omnibus attribuas sonitus et odores.
- sic oculis quoniam non omnia cernere quimus,
- scire licet quaedam tam constare orba colore
- quam sine odore ullo quaedam sonituque remota,
- nec minus haec animum cognoscere posse sagacem
- quam quae sunt aliis rebus privata notare.
- 1 Dopo il verso 748 molti editori (Munro, Giussani, Ernout, Bailey, Deufert) segnalano una lacuna; alcuni segnalano una seconda lacuna dopo il verso 749, che altri risolvono leggendo in omnis invece di et omnis. Il verso 748 è variamente tradotto: “Or, perch’io già convinco / Che ciò succede, io vo’ mostrarlo adesso” (Marchetti); “Or, dacch’è un fatto che cotesto avviene, / Insegnerò…” (Rapisardi); “Ho provato che questo può darsi: ora insegnerò che è così” (Fellin); “Poiché ho affermato che ciò accade, ora insegnerò come si verifichi” (Canali).
- 2 I vv. 750–754 ripetono alla lettera I 789–793, dove concludono la critica alle dottrine che fanno trasformare gli elementi l’uno nell’altro; anche il v. 756 è identico a I 797. Il distico 753–754 ricorre inoltre in I 670–671, nella confutazione di Eraclito, e in III 519–520, nella dimostrazione della mortalità dell’anima; il v. 756 torna in I 673 e in II 864, a chiusura della sezione sulle altre qualità sensibili.
Testo latino: Cyril Bailey
Il passo apre una nuova sezione del libro. Lucrezio ha mostrato che gli atomi differiscono per forma, che le forme sono in numero finito e che la varietà delle cose nasce dalle loro combinazioni. Ora comincia a sottrarre agli atomi le qualità sensibili, e parte dal colore. Le cose bianche non sono fatte di atomi bianchi, né le nere di atomi neri, né quelle di altro colore di atomi tinti di un colore simile. Gli atomi non hanno alcun colore, né uguale né diverso da quello delle cose.
La tesi solleva subito un’obiezione gnoseologica: come si può conoscere ciò che non ha colore ed è quindi sottratto alla vista? Lucrezio risponde con un’esperienza alla portata di tutti. Le persone nate cieche, che non hanno mai visto la luce del sole, conoscono i corpi col tatto e non li hanno mai associati ad alcun colore. Anche noi, quando tocchiamo le cose al buio, le riconosciamo senza percepirle colorate. Dunque si possono conoscere corpi senza vederli.
La questione tocca un tema centrale della teoria epicurea della conoscenza. Lucrezio parla qui di uno slancio dell’animo (animi iniectus, v. 740) verso i corpi incolori, e con questa espressione rende ciò che gli epicurei chiamavano proiezione o applicazione della mente (ἐπιβολὴ τῆς διανοίας). Gli atomi non emettono immagini e nessun senso può coglierli; la mente vi arriva gettandosi oltre ciò che appare, protendendosi verso l’invisibile e afferrandolo.
Il tatto, che Lucrezio ha esaltato poco prima in questo stesso libro come il senso proprio del corpo (vv. 434–441 ), permette al cieco di formarsi una nozione dei corpi in cui il colore non entra. Allo stesso modo la mente, partendo da ciò che l’esperienza le offre, procede per analogia fino a ciò che i sensi non raggiungono e ne coglie la natura: gli atomi sono corpi, dotati di forma e privi di colore. Lo slancio dell’animo tornerà altre due volte nel libro: quando il pensiero si spingerà oltre le mura del mondo, nello spazio infinito, e quando dall’osservazione dei viventi inferirà l’infinità dei mondi.
Dopo aver mostrato che è possibile conoscere corpi incolori, Lucrezio passa a dimostrare che gli atomi lo sono davvero.
Il primo argomento (vv. 749–756) è che i colori mutano e si trasformano l’uno nell’altro. Se gli atomi fossero colorati, sarebbero anch’essi mutevoli. Ma il mutamento equivale alla morte: ciò che cambia esce dai propri confini e muore nella forma che aveva prima. Lucrezio riprende qui (vv. 750–754) un ragionamento del primo libro e ne ripete alla lettera i versi. Se gli atomi fossero mutevoli sarebbero mortali, e se fossero mortali tutto finirebbe nel nulla. Se invece il colore delle cose non dipende dal colore degli atomi ma dalle loro forme, dalle loro combinazioni e dai loro movimenti, si spiega facilmente perché le cose cambiano colore. La loro materia viene rimescolata, l’ordine degli atomi muta, qualcosa si aggiunge e qualcosa si toglie, e nasce un colore diverso. Così il mare, scuro nella calma, diventa all’improvviso bianco come il marmo quando i venti lo sconvolgono. Se fosse fatto di atomi azzurri, nessun rimescolamento potrebbe imbiancarlo.
Si potrebbe pensare che le cose di colore uniforme siano composte in realtà da atomi di colori diversi, come un quadrato formato da pezzi di forme diverse. Ma allora dovremmo distinguere nella superficie del mare i diversi colori, come nel quadrato distinguiamo le figure che lo compongono. E l’analogia non regge: le forme diverse dei pezzi non impediscono al quadrato di essere quadrato, mentre colori diversi impediscono che l’insieme abbia un colore solo.
Cade così la ragione che spingeva ad attribuire colori agli atomi, cioè il desiderio di spiegare il bianco con il bianco e il nero con il nero. Se le cose bianche dovessero nascere da atomi di vari colori, quel vantaggio sparirebbe. È più facile che il bianco nasca da ciò che non ha colore che dal nero o da un altro colore che vi si opponga.
Il gruppo successivo di argomenti lega il colore alla luce (vv. 795–809). I colori esistono solo dove c’è luce, e gli atomi non vengono mai alla luce: nel buio cieco nessun colore può esistere. Anche alla luce, poi, il colore muta a seconda di come la luce colpisce le cose, in modo diretto oppure obliquo. Le piume attorno al collo dei colombi splendono ora di un rosso di gemma, ora di un misto di corallo e smeraldo e la coda del pavone cambia colore mentre ruota sotto il sole. Poiché il colore nasce da un certo colpo di luce, senza luce non può esistere.
La stessa visione è pensata da Lucrezio come un contatto (vv. 810–816). Quando vediamo il bianco, la pupilla riceve un certo tipo di colpo; quando vediamo il nero e gli altri colori, ne riceve un altro. Ciò che conta non è il colore dei corpi che la colpiscono, ma la loro figura. Gli atomi non hanno bisogno del colore: con forme diverse producono impressioni diverse.
Seguono due argomenti di natura diversa. Il primo è per assurdo (vv. 817–825): se non c’è corrispondenza tra il colore e la figura degli atomi, qualunque cosa potrebbe avere qualunque colore, e vedremmo corvi bianchi e cigni neri. Il secondo è sperimentale (vv. 826–833). Più una cosa è ridotta in piccole parti, più il suo colore svanisce. La porpora, il più splendido dei colori, sfilacciata filo per filo, si disperde del tutto prima che le particelle si riducano agli atomi.
L’ultimo argomento è un’analogia (vv. 834–841). Nessuno attribuisce suono e odore a tutti i corpi. Così esistono corpi privi di colore, come ne esistono privi di odore e di suono, e la mente sagace sa conoscerli non meno di quelli privi di altre qualità. Il passo si chiude dove era cominciato: con la mente che si protende oltre i sensi verso una realtà invisibile e muta.
Latino 113 vv.
- Nunc age dicta meo dulci quaesita labore
- percipe, ne forte haec albis ex alba rearis
- principiis esse, ante oculos quae candida cernis,
- aut ea quae nigrant nigro de semine nata;
- nive alium quemvis quae sunt imbuta colorem,
- propterea gerere hunc credas, quod materiai
- corpora consimili sint eius tincta colore.
- nullus enim color est omnino materiai
- corporibus, neque par rebus neque denique dispar.
- in quae corpora si nullus tibi forte videtur
- posse animi iniectus fieri, procul avius erras.
- nam cum caecigeni, solis qui lumina numquam
- dispexere, tamen cognoscant corpora tactu
- ex ineunte aevo nullo coniuncta colore,
- scire licet nostrae quoque menti corpora posse
- verti in notitiam nullo circumlita fuco.
- denique nos ipsi caecis quaecumque tenebris
- tangimus, haud ullo sentimus tincta colore.
- quod quoniam vinco fieri, nunc esse docebo.1
- ⟨...⟩
- Omnis enim color omnino mutatur in omnis;
- quod facere haud ullo debent primordia pacto.2
- immutabile enim quiddam superare necessest,
- ne res ad nilum redigantur funditus omnes.
- nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
- continuo hoc mors est illius quod fuit ante.
- proinde colore cave contingas semina rerum,
- ne tibi res redeant ad nilum funditus omnes.
- Praeterea si nulla coloris principiis est
- reddita natura et variis sunt praedita formis,
- e quibus omne genus gignunt variantque colores
- propterea, magni quod refert semina quaeque
- cum quibus et quali positura contineantur
- et quos inter se dent motus accipiantque,
- perfacile extemplo rationem reddere possis
- cur ea quae nigro fuerint paulo ante colore,
- marmoreo fieri possint candore repente;
- ut mare, cum magni commorunt aequora venti,
- vertitur in canos candenti marmore fluctus.
- dicere enim possis, nigrum quod saepe videmus,
- materies ubi permixta est illius et ordo
- principiis mutatus et addita demptaque quaedam,
- continuo id fieri ut candens videatur et album.
- quod si caeruleis constarent aequora ponti
- seminibus, nullo possent albescere pacto.
- nam quocumque modo perturbes caerula quae sint,
- numquam in marmoreum possunt migrare colorem.
- sin alio atque alio sunt semina tincta colore
- quae maris efficiunt unum purumque nitorem,
- ut saepe ex aliis formis variisque figuris
- efficitur quiddam quadratum unaque figura,
- conveniebat, ut in quadrato cernimus esse
- dissimilis formas, ita cernere in aequore ponti
- aut alio in quovis uno puroque nitore
- dissimilis longe inter se variosque colores.
- praeterea nil officiunt obstantque figurae
- dissimiles quo quadratum minus omne sit extra;
- at varii rerum impediunt prohibentque colores
- quominus esse uno possit res tota nitore.
- Tum porro quae ducit et inlicit ut tribuamus
- principiis rerum nonnumquam causa colores,
- occidit, ex albis quoniam non alba creantur,
- nec quae nigra cluent de nigris sed variis ex.
- quippe etenim multo proclivius exorientur
- candida de nullo quam nigro nata colore
- aut alio quovis qui contra pugnet et obstet.
- Praeterea quoniam nequeunt sine luce colores
- esse neque in lucem exsistunt primordia rerum,
- scire licet quam sint nullo velata colore.
- qualis enim caecis poterit color esse tenebris?
- lumine quin ipso mutatur propterea quod
- recta aut obliqua percussus luce refulget;
- pluma columbarum quo pacto in sole videtur,
- quae sita cervices circum collumque coronat;
- namque alias fit uti claro sit rubra pyropo,
- interdum quodam sensu fit uti videatur
- inter curalium viridis miscere zmaragdos.
- caudaque pavonis, larga cum luce repleta est,
- consimili mutat ratione obversa colores;
- qui quoniam quodam gignuntur luminis ictu,
- scire licet, sine eo fieri non posse putandum est.
- et quoniam plagae quoddam genus excipit in se
- pupula, cum sentire colorem dicitur album,
- atque aliud porro, nigrum cum et cetera sentit,
- nec refert ea quae tangas quo forte colore
- praedita sint, verum quali magis apta figura,
- scire licet nil principiis opus esse colore,
- sed variis formis variantis edere tactus.
- Praeterea quoniam non certis certa figuris
- est natura coloris et omnia principiorum
- formamenta queunt in quovis esse nitore,
- cur ea quae constant ex illis non pariter sunt
- omne genus perfusa coloribus in genere omni?
- conveniebat enim corvos quoque saepe volantis
- ex albis album pinnis iactare colorem
- et nigros fieri nigro de semine cycnos
- aut alio quovis uno varioque colore.
- Quin etiam quanto in partis res quaeque minutas
- distrahitur magis, hoc magis est ut cernere possis
- evanescere paulatim stinguique colorem;
- ut fit ubi in parvas partis discerpitur austrum:
- purpura poeniceusque color clarissimu’ multo,
- filatim cum distractum est, disperditur omnis;
- noscere ut hinc possis prius omnem efflare colorem
- particulas quam discedant ad semina rerum.
- Postremo quoniam non omnia corpora vocem
- mittere concedis neque odorem, propterea fit
- ut non omnibus attribuas sonitus et odores.
- sic oculis quoniam non omnia cernere quimus,
- scire licet quaedam tam constare orba colore
- quam sine odore ullo quaedam sonituque remota,
- nec minus haec animum cognoscere posse sagacem
- quam quae sunt aliis rebus privata notare.
- 1 Dopo il verso 748 molti editori (Munro, Giussani, Ernout, Bailey, Deufert) segnalano una lacuna; alcuni segnalano una seconda lacuna dopo il verso 749, che altri risolvono leggendo in omnis invece di et omnis. Il verso 748 è variamente tradotto: “Or, perch’io già convinco / Che ciò succede, io vo’ mostrarlo adesso” (Marchetti); “Or, dacch’è un fatto che cotesto avviene, / Insegnerò…” (Rapisardi); “Ho provato che questo può darsi: ora insegnerò che è così” (Fellin); “Poiché ho affermato che ciò accade, ora insegnerò come si verifichi” (Canali).
- 2 I vv. 750–754 ripetono alla lettera I 789–793, dove concludono la critica alle dottrine che fanno trasformare gli elementi l’uno nell’altro; anche il v. 756 è identico a I 797. Il distico 753–754 ricorre inoltre in I 670–671, nella confutazione di Eraclito, e in III 519–520, nella dimostrazione della mortalità dell’anima; il v. 756 torna in I 673 e in II 864, a chiusura della sezione sulle altre qualità sensibili.
Traduzione 158 vv.
- Fai attenzione adesso alle parole
- per te cercate con dolce fatica,
- affinché tu non creda che le cose
- che si mostrano candide ai tuoi occhi
- prendano il bianco dai loro principi
- e invece nascano da semi neri
- quelle che appaiono scure. E non credere
- che le altre cose tinte in qualche modo
- abbiano gli elementi che compongono
- il loro corpo d'una tinta simile.
- Gli atomi infatti non hanno colore:
- né uguale alle cose, né diverso.
- Se ritieni che l’animo non possa
- slanciarsi fino agli atomi ti sbagli
- grandemente. Se infatti i ciechi nati,
- che mai la luce del sole hanno scorto,
- riescono al tatto a conoscere corpi
- che mai hanno associato ad un colore,
- è possibile certo che la nostra
- mente giunga ad avere una nozione
- di corpi privi di colore. In fondo
- noi stessi siamo in grado, quando è buio,
- di riconoscere al tatto le cose
- pur senza percepire alcun colore.
- Dopo averti provato che è possibile
- ora ti mostrerò che questo accade.
- Ogni colore si muta in ogni altro,
- cosa che mai può succedere agli atomi.
- È infatti necessario che permanga
- qualcosa d’immutabile, altrimenti
- tutto verrà ricacciato nel nulla.
- E certo tutto ciò che si trasforma
- ed esce dai suoi limiti all’istante
- muore nella sua forma precedente.
- Guardati dunque dal contaminare
- con i colori i semi primordiali
- o tutto ti ritornerà nel nulla.
- E ancora: se ai principi non è stato
- concesso alcun colore ed hanno forme
- diverse con le quali danno origine
- ai colori e li variano, poiché
- importa molto con quali altri semi
- e in quale posizione ciascun seme
- venga congiunto e quali movimenti
- imprimano e ricevano a vicenda
- ti sarà facile spiegare come
- le cose nere fino a poco fa
- possano diventare all'improvviso
- candide come il marmo, come accade
- al mare quando i grandi venti scuotono
- la sua distesa e si trasforma in bianchi
- flutti di candido marmo. Potresti
- dire che spesso quello che ci appare
- nero qualora sia rimescolata
- la sua materia e sia mutato l'ordine
- degli atomi e qualcosa viene aggiunto
- o tolto subito accade che appaia
- bianco e splendente. Ma se invece le acque
- del mare risultassero da semi
- azzurri non potrebbero imbiancarsi
- in nessun modo: comunque rimescoli
- degli elementi azzurri mai avranno
- il candore del marmo. Se poi fossero
- alcuni d’un colore, altri di un altro
- i semi che compongono il nitore
- del mare, così limpido e uniforme,
- come spesso da forme differenti
- viene fuori un quadrato ben compatto,
- allora converrebbe, come accade
- in un tale quadrato, in cui scorgiamo
- le diverse figure che lo formano,
- distinguere nel mare o in qualche altra
- cosa dotata d’un nitore limpido
- e uniforme colori differenti.
- Non soltanto. Nel caso del quadrato
- le varietà dei pezzi che lo formano
- non impedisce che all’esterno appaia
- quadrato; non così la varietà
- dei colori, che invece non consente
- che l’insieme abbia un unico colore.
- Inoltre la ragione che ci induce
- e alletta ad assegnare certe volte
- dei colori ai principi delle cose
- viene meno, poiché le cose bianche
- e nere non derivano da atomi
- bianchi e neri ma sorgono da un misto
- di atomi di colori differenti.
- Molto più facile è infatti che quanto
- è bianco sorga da nessun colore
- piuttosto che dal nero o da qualche altro
- colore ad esso opposto e contrastante.
- Oltre a ciò, dal momento che i colori
- non esistono senza luce, e gli atomi
- invece non appaiono alla luce
- non possiamo pensarli che incolori.
- Quale colore mai potrebbe esserci
- nel buio cieco? E per di più il colore
- muta grazie alla luce, dal momento
- che risplende diverso se a colpirlo
- è una luce diretta oppure obliqua;
- così succede nel sole alle piume
- che circondano il collo dei colombi:
- splendono a volte quasi come rosso
- piròpo1, ma talvolta si presenta
- una speciale sensazione: insieme
- mescolati il corallo e lo smeraldo.
- Ugualmente la coda del pavone
- cambia i propri colori quando ruota
- in piena luce. E poiché è l'incidenza
- della luce a far sorgere il colore
- è legittimo credere che senza
- la luce non si dia colore alcuno.
- Poiché quando si dice che vediamo
- il bianco la pupilla ha ricevuto
- un certo tipo di colpo, ed un altro
- quando vediamo il nero e altri colori,
- e non importa di quale colore
- siano dotate le cose che tocchi
- quanto piuttosto il tipo di figura
- cui si conformano, appare evidente
- che i princìpi non hanno alcun bisogno
- del colore bensì con varie forme
- generano impressioni differenti.
- Poiché inoltre non c’è corrispondenza
- tra la natura d’un certo colore
- ed una certa figura degli atomi
- e ogni conformazione dei principi
- può ritrovarsi in qualsiasi colore
- come mai non accade che ugualmente
- ciò che essi formano, specie per specie,
- abbia in sé ogni specie di colore?
- E dovrebbero, certo, spesso i corvi
- mostrare in volo il bianco delle piume
- e da atomi neri venir fuori
- cigni neri, o di qualche altro colore
- che sia unico o vario. E in verità
- quanto più una cosa è sminuzzata
- tanto più puoi vedere che il colore
- svanisce poco a poco e poi s’estingue;
- così accade se prendi della stoffa
- colorata con l’ostro e la riduci
- in parti piccolissime: la porpora
- il cui splendore vince ogni colore
- si disperde del tutto, mano a mano
- che si sfilaccia la trama. E da questo
- comprendi che le particelle perdono
- tutto il colore prima di ridursi
- agli elementi primi. Poiché infine
- ammetti che non tutti i corpi emettono
- voce né odore, non a tutti quindi
- i corpi attribuirai suoni ed odori.
- Così, poiché con gli occhi non possiamo
- discernere ogni cosa, è chiaro, esistono
- alcune cose prive di colore
- come ve n'è qualcuna senza odore
- e silenziosa, e la mente sagace
- può conoscerle, proprio come coglie
- le cose prive di altre qualità.
- 1 Il latino pyropus (dal greco, "dall’aspetto di fuoco») indicava una lega di oro e bronzo, che Plinio descrive come composta di una parte d’oro e quattro di bronzo (Nat. hist. XXXIV 94), ma anche una pietra preziosa rossa, probabilmente un granato. L’accostamento allo smeraldo e al corallo fa preferire qui il secondo senso, come osserva Bailey; l’italiano "piropo" designa appunto una varietà di granato rosso. Il termine ricorre in Ovidio, nella reggia del Sole (Met. II 2), dove però non permette di decidere tra i due significati.