Nulla nasce dal nulla
- Da qui per noi trarrà il suo fondamento:
- nessuna cosa mai nasce dal nulla
- per opera divina. Se i mortali
- sono tenuti in pugno dal terrore
- è, certo, perché in terra e cielo vedono
- fenomeni di cui non sanno scorgere
- le cause e che dunque attribuiscono
- alla potenza divina. Pertanto
- una volta che avremo constatato
- che nulla può generarsi dal nulla
- vedremo meglio ciò che investighiamo,
- da dove possa ogni cosa crearsi
- e come tutto ciò si compia senza
- intervento divino. Se dal nulla
- le cose infatti nascessero, tutto
- potrebbe nascere da tutto, senza
- bisogno alcuno di semi. Dal mare
- nascerebbero gli uomini ed i pesci
- dalla terra; gli uccelli eromperebbero
- dal cielo; armenti e bestie d’ogni genere
- nate a caso dovunque occuperebbero
- le terre coltivate ed i deserti,
- e gli alberi darebbero ogni volta
- frutti diversi e ogni frutto potrebbe
- nascere da ogni albero. In assenza
- di specifici semi quale cosa
- potrebbe avere un’origine certa?
- Poiché ogni cosa nasce dai suoi semi,
- vede la luce dov’è la materia
- sua propria ed i suoi corpi elementari;
- non può nascere a caso da altre cose
- perché ha sue proprie facoltà nascoste.
- In primavera vediamo la rosa
- d’estate il grano, l’autunno suadente
- ci offre la vite: i semi delle cose
- s’incontrano nei tempi adatti a loro
- e nella giusta stagione la terra
- fertile fa spuntare nuova vita
- che tenera si getta nella luce.
- Se dal nulla nascessero, d’un tratto
- balzerebbero fuori, senza regola
- in qualsiasi periodo dell’anno:
- non vi sarebbero principi primi
- tenuti fuori, in un tempo inadatto,
- dall’unione che genera la vita.
- Per la crescita poi non servirebbe
- il tempo necessario al confluire
- dei semi e al loro accrescersi: in un attimo
- diventerebbe giovane il bambino
- e si farebbe albero il fuscello.
- Non accade così: gli esseri crescono
- lentamente, avendo un seme proprio,
- e crescendo mantengono la specie;
- puoi capire da ciò ch’essi si accrescono
- con la propria materia. A ciò si aggiunga
- che dal gravido ventre della terra
- non spunta la letizia dei germogli
- senza la pioggia al momento opportuno
- né senza cibo gli animali possono
- propagare la specie e sopravvivere.
- Pensa pure, se vuoi, che i corpi abbiano
- molti elementi in comune, un po’ come
- le lettere che formano parole
- diverse, ma non credere che nulla
- possa nascere senza i suoi principi.
- Perché mai altrimenti la natura
- non sarebbe riuscita a generare
- uomini tanto grandi da guadare
- i mari a piedi o da strappare i monti
- con le mani o che vincano vivendo
- molte generazioni di viventi. - A tutto è data una certa materia
- che ne limita crescita e sviluppo.
- Si riconosca dunque che dal nulla
- niente può generarsi, se ogni cosa
- ha bisogno d’un seme per offrirsi
- alla brezza leggera della vita.
- Vediamo, poi, che i luoghi coltivati
- superano di gran lunga quelli incolti
- e la terra migliora col lavoro;
- succede, è chiaro, perché nella terra
- sono presenti i semi delle cose
- che rivoltando le zolle feconde
- con l’aratro portiamo in superficie;
- se non ci fossero semi, vedresti
- la crescita spontanea d’ogni cosa
- senza bisogno del lavoro umano.
Traduzione: Antonio Vigilante
- principium cuius hinc nobis exordia sumet,
- nullam rem e nilo gigni divinitus umquam.
- quippe ita formido mortalis continet omnis,
- quod multa in terris fieri caeloque tuentur,
- quorum operum causas nulla ratione videre
- possunt ac fieri divino numine rentur.
- quas ob res ubi viderimus nil posse creari
- de nilo, tum quod sequimur iam rectius inde
- perspiciemus, et unde queat res quaeque creari
- et quo quaeque modo fiant opera sine divum.
- Nam si de nihilo fierent, ex omnibu' rebus
- omne genus nasci posset, nil semine egeret.
- e mare primum homines, e terra posset oriri
- squamigerum genus et volucres erumpere caelo;
- armenta atque aliae pecudes, genus omne ferarum,
- incerto partu culta ac deserta tenerent.
- nec fructus idem arboribus constare solerent,
- sed mutarentur, ferre omnes omnia possent.
- quippe ubi non essent genitalia corpora cuique,
- qui posset mater rebus consistere certa?
- at nunc seminibus quia certis quaeque creantur,
- inde enascitur atque oras in luminis exit,
- materies ubi inest cuiusque et corpora prima;
- atque hac re nequeunt ex omnibus omnia gigni,
- quod certis in rebus inest secreta facultas.
- praeterea cur vere rosam, frumenta calore,
- vitis autumno fundi suadente videmus,
- si non, certa suo quia tempore semina rerum
- cum confluxerunt, patefit quod cumque creatur,
- dum tempestates adsunt et vivida tellus
- tuto res teneras effert in luminis oras?
- quod si de nihilo fierent, subito exorerentur
- incerto spatio atque alienis partibus anni,
- quippe ubi nulla forent primordia quae genitali
- concilio possent arceri tempore iniquo.
- nec porro augendis rebus spatio foret usus
- seminis ad coitum, si e nilo crescere possent;
- nam fierent iuvenes subito ex infantibu' parvis
- e terraque exorta repente arbusta salirent.
- quorum nil fieri manifestum est, omnia quando
- paulatim crescunt, ut par est semine certo,
- crescentesque genus servant; ut noscere possis
- quicque sua de materia grandescere alique.
- huc accedit uti sine certis imbribus anni
- laetificos nequeat fetus submittere tellus
- nec porro secreta cibo natura animantum
- propagare genus possit vitamque tueri;
- ut potius multis communia corpora rebus
- multa putes esse, ut verbis elementa videmus,
- quam sine principiis ullam rem existere posse.
- denique cur homines tantos natura parare
- non potuit, pedibus qui pontum per vada possent
- transire et magnos manibus divellere montis
- multaque vivendo vitalia vincere saecla,
- si non, materies quia rebus reddita certast
- gignundis, e qua constat quid possit oriri?
- nil igitur fieri de nilo posse fatendumst,
- semine quando opus est rebus, quo quaeque creatae
- aeris in teneras possint proferrier auras.
- postremo quoniam incultis praestare videmus
- culta loca et manibus melioris reddere fetus,
- esse videlicet in terris primordia rerum
- quae nos fecundas vertentes vomere glebas
- terraique solum subigentes cimus ad ortus.
- quod si nulla forent, nostro sine quaeque labore
- sponte sua multo fieri meliora videres.
Testo latino: Cyril Bailey
L’inizio del testo riprende la formulazione della Lettera a Erodoto di Epicuro (38.5): “In primo luogo nulla nasce dal nulla” (πρῶτον μὲν ὅτι οὐθὲν γίνεται ἐκ τοῦ μὴ ὄντος). Lucrezio aggiunge però divinitus: divinamente, per azione di un dio. È evidente da questo passo che Lucrezio non attacca la superstizione, ma la religione, perché la convinzione che il mondo sia stato creato dagli dèi (o da un dio) non ha nulla di superstizioso, bensì è la credenza di fondo fondo delle religioni (fatta eccezione per quelle che prescindono dalla divinità, come il Buddhismo o il Jainismo, che Lucrezio non poteva conoscere). Se l’obiettivo fosse la superstizione, ossia la degenerazione della religione, Lucrezio non muoverebbe un attacco ad una convinzione centrale, ma indagherebbe piuttosto le cause che portano alla degenerazione delle convinzioni religiose.
Vediamo gli argomenti. Chi segue una religione crede che il mondo sia creato per opera divina dal nulla. Quest’ultimo punto è essenziale per l’argomentazione di Epicuro-Lucrezio. Se dio o gli dèi organizzassero una materia atomica preesistente, l’argomento verrebbe a cadere; ma in questo caso sarebbe anche ridimensionato il ruolo della divinità.
Il mondo dunque non può essere stato creato dal nulla, per le seguenti ragioni.
-
Se le cose potessero nascere dal nulla, vedremmo di continuo esseri viventi nascere dal nulla, mentre l’esperienza ci mostra che gli esseri viventi sono divisi in specie e ogni animale nasce seguendo la propria specie e nel suo ambiente. Lucrezio qui evoca un caos possibile, esito di una generazione dal nulla, cui contrappone l’ordine della natura, che assegna a ogni essere vivente un suo posto specifico.
-
In questa ipotetica situazione di caos, non vi sarebbe dunque il tempo adatto per ogni cosa; tutto potrebbe nascere in qualsiasi momento. Ma la natura invece ci mostra che ogni cosa ha il suo tempo.
-
Se gli esseri nascessero dal nulla, potrebbero anche diventare maturi in un attimo. Questo argomento presuppone, a dire il vero, la concezione atomica che Lucrezio deve ancora illustrare. Le crescita degli esseri viventi richiede l’apporto, nel tempo, degli atomi. Se così non fosse non occorrerebbe il tempo adatto per la crescita.
-
Ogni essere vivente per crescere ha bisogno di apporti nutritivi: i germogli dell’acqua, gli animali del cibo. Se non risultassero dal confluire degli atomi, ma nascessero dal nulla, non avrebbero bisogno di questo apporto.
-
Gli esseri viventi sono dunque divisi per specie, nascono ognuno secondo il proprio seme, e ad ognuno è assegnata una certa quantità di materia. Se così non fosse, avremmo avuto esseri umani giganteschi o in grado di vivere per secoli.
-
Quanto detto fino ad ora suppone dunque che esistano dei semi delle cose. Ciò è dimostrato anche dal fatto che lavorando la terra ne miglioriamo la fertilità. E questo accade evidentemente perché rivoltando la terra portiamo in superficie i semi che sono nel sottosuolo.
Lucrezio traccia fin da questi versi il quadro di un mondo ordinato secondo leggi ferree, per quanto non originato da un volere divino (e dunque un ordine non finalistico, ma emergente dalla stessa struttura materiale), al quale contrappone il mondo caotico e bizzarro che avremmo se tutto fosse stato portato in vita per volere divino.
Al primo argomento si potrebbe obiettare che la generazione dal nulla è avvenuta una sola volta, e che da allora gli dèi o dio hanno deciso che ogni essere si sarebbe riprodotto secondo la specie. Lucrezio non usa qui, evidentemente perché estraneo alla scuola, l’argomento di Parmenide: le cose non possono nascere dal nulla perché il nulla non è. Se il nulla fosse, non sarebbe più nulla, ma appunto essere.
Nel verso 197 è anticipato il parallelo, ricorrente nel poema, tra la dinamica combinatoria dei semi-atomi e quella delle lettere dell’alfabeto nella composizione delle parole.
Latino 66 vv.
- principium cuius hinc nobis exordia sumet,
- nullam rem e nilo gigni divinitus umquam.
- quippe ita formido mortalis continet omnis,
- quod multa in terris fieri caeloque tuentur,
- quorum operum causas nulla ratione videre
- possunt ac fieri divino numine rentur.
- quas ob res ubi viderimus nil posse creari
- de nilo, tum quod sequimur iam rectius inde
- perspiciemus, et unde queat res quaeque creari
- et quo quaeque modo fiant opera sine divum.
- Nam si de nihilo fierent, ex omnibu' rebus
- omne genus nasci posset, nil semine egeret.
- e mare primum homines, e terra posset oriri
- squamigerum genus et volucres erumpere caelo;
- armenta atque aliae pecudes, genus omne ferarum,
- incerto partu culta ac deserta tenerent.
- nec fructus idem arboribus constare solerent,
- sed mutarentur, ferre omnes omnia possent.
- quippe ubi non essent genitalia corpora cuique,
- qui posset mater rebus consistere certa?
- at nunc seminibus quia certis quaeque creantur,
- inde enascitur atque oras in luminis exit,
- materies ubi inest cuiusque et corpora prima;
- atque hac re nequeunt ex omnibus omnia gigni,
- quod certis in rebus inest secreta facultas.
- praeterea cur vere rosam, frumenta calore,
- vitis autumno fundi suadente videmus,
- si non, certa suo quia tempore semina rerum
- cum confluxerunt, patefit quod cumque creatur,
- dum tempestates adsunt et vivida tellus
- tuto res teneras effert in luminis oras?
- quod si de nihilo fierent, subito exorerentur
- incerto spatio atque alienis partibus anni,
- quippe ubi nulla forent primordia quae genitali
- concilio possent arceri tempore iniquo.
- nec porro augendis rebus spatio foret usus
- seminis ad coitum, si e nilo crescere possent;
- nam fierent iuvenes subito ex infantibu' parvis
- e terraque exorta repente arbusta salirent.
- quorum nil fieri manifestum est, omnia quando
- paulatim crescunt, ut par est semine certo,
- crescentesque genus servant; ut noscere possis
- quicque sua de materia grandescere alique.
- huc accedit uti sine certis imbribus anni
- laetificos nequeat fetus submittere tellus
- nec porro secreta cibo natura animantum
- propagare genus possit vitamque tueri;
- ut potius multis communia corpora rebus
- multa putes esse, ut verbis elementa videmus,
- quam sine principiis ullam rem existere posse.
- denique cur homines tantos natura parare
- non potuit, pedibus qui pontum per vada possent
- transire et magnos manibus divellere montis
- multaque vivendo vitalia vincere saecla,
- si non, materies quia rebus reddita certast
- gignundis, e qua constat quid possit oriri?
- nil igitur fieri de nilo posse fatendumst,
- semine quando opus est rebus, quo quaeque creatae
- aeris in teneras possint proferrier auras.
- postremo quoniam incultis praestare videmus
- culta loca et manibus melioris reddere fetus,
- esse videlicet in terris primordia rerum
- quae nos fecundas vertentes vomere glebas
- terraique solum subigentes cimus ad ortus.
- quod si nulla forent, nostro sine quaeque labore
- sponte sua multo fieri meliora videres.
Traduzione 86 vv.
- Da qui per noi trarrà il suo fondamento:
- nessuna cosa mai nasce dal nulla
- per opera divina. Se i mortali
- sono tenuti in pugno dal terrore
- è, certo, perché in terra e cielo vedono
- fenomeni di cui non sanno scorgere
- le cause e che dunque attribuiscono
- alla potenza divina. Pertanto
- una volta che avremo constatato
- che nulla può generarsi dal nulla
- vedremo meglio ciò che investighiamo,
- da dove possa ogni cosa crearsi
- e come tutto ciò si compia senza
- intervento divino. Se dal nulla
- le cose infatti nascessero, tutto
- potrebbe nascere da tutto, senza
- bisogno alcuno di semi. Dal mare
- nascerebbero gli uomini ed i pesci
- dalla terra; gli uccelli eromperebbero
- dal cielo; armenti e bestie d’ogni genere
- nate a caso dovunque occuperebbero
- le terre coltivate ed i deserti,
- e gli alberi darebbero ogni volta
- frutti diversi e ogni frutto potrebbe
- nascere da ogni albero. In assenza
- di specifici semi quale cosa
- potrebbe avere un’origine certa?
- Poiché ogni cosa nasce dai suoi semi,
- vede la luce dov’è la materia
- sua propria ed i suoi corpi elementari;
- non può nascere a caso da altre cose
- perché ha sue proprie facoltà nascoste.
- In primavera vediamo la rosa
- d’estate il grano, l’autunno suadente
- ci offre la vite: i semi delle cose
- s’incontrano nei tempi adatti a loro
- e nella giusta stagione la terra
- fertile fa spuntare nuova vita
- che tenera si getta nella luce.
- Se dal nulla nascessero, d’un tratto
- balzerebbero fuori, senza regola
- in qualsiasi periodo dell’anno:
- non vi sarebbero principi primi
- tenuti fuori, in un tempo inadatto,
- dall’unione che genera la vita.
- Per la crescita poi non servirebbe
- il tempo necessario al confluire
- dei semi e al loro accrescersi: in un attimo
- diventerebbe giovane il bambino
- e si farebbe albero il fuscello.
- Non accade così: gli esseri crescono
- lentamente, avendo un seme proprio,
- e crescendo mantengono la specie;
- puoi capire da ciò ch’essi si accrescono
- con la propria materia. A ciò si aggiunga
- che dal gravido ventre della terra
- non spunta la letizia dei germogli
- senza la pioggia al momento opportuno
- né senza cibo gli animali possono
- propagare la specie e sopravvivere.
- Pensa pure, se vuoi, che i corpi abbiano
- molti elementi in comune, un po’ come
- le lettere che formano parole
- diverse, ma non credere che nulla
- possa nascere senza i suoi principi.
- Perché mai altrimenti la natura
- non sarebbe riuscita a generare
- uomini tanto grandi da guadare
- i mari a piedi o da strappare i monti
- con le mani o che vincano vivendo
- molte generazioni di viventi. - A tutto è data una certa materia
- che ne limita crescita e sviluppo.
- Si riconosca dunque che dal nulla
- niente può generarsi, se ogni cosa
- ha bisogno d’un seme per offrirsi
- alla brezza leggera della vita.
- Vediamo, poi, che i luoghi coltivati
- superano di gran lunga quelli incolti
- e la terra migliora col lavoro;
- succede, è chiaro, perché nella terra
- sono presenti i semi delle cose
- che rivoltando le zolle feconde
- con l’aratro portiamo in superficie;
- se non ci fossero semi, vedresti
- la crescita spontanea d’ogni cosa
- senza bisogno del lavoro umano.