I 149-213 Nulla nasce dal nulla¶
Da qui per noi trarrà il suo fondamento:
150 nessuna cosa mai nasce dal nulla
per opera divina. Se i mortali
sono tenuti in pugno dal terrore
è, certo, perché in terra e cielo vedono
fenomeni di cui non sanno scorgere
le cause e che dunque attribuiscono
155 alla potenza divina. Pertanto
una volta che avremo constatato
che nulla può generarsi dal nulla
vedremo meglio ciò che investighiamo,
da dove possa ogni cosa crearsi
e come tutto ciò si compia senza
intervento divino. Se dal nulla
le cose infatti nascessero, tutto
potrebbe nascere da tutto, senza
160 bisogno alcuno di semi. Dal mare
nascerebbero gli uomini ed i pesci
dalla terra; gli uccelli eromperebbero
dal cielo; armenti e bestie d’ogni genere
nate a caso dovunque occuperebbero
le terre coltivate ed i deserti,
165 e gli alberi darebbero ogni volta
frutti diversi e ogni frutto potrebbe
nascere da ogni albero. In assenza
di specifici semi quale cosa
potrebbe avere un’origine certa?
Poiché ogni cosa nasce dai suoi semi,
170 vede la luce dov’è la materia
sua propria ed i suoi corpi elementari;
non può nascere a caso da altre cose
perché ha sue proprie facoltà nascoste.
In primavera vediamo la rosa
175 d’estate il grano, l’autunno suadente
ci offre la vite: i semi delle cose
s’incontrano nei tempi adatti a loro
e nella giusta stagione la terra
fertile fa spuntare nuova vita
che tenera si getta nella luce.
180 Se dal nulla nascessero, d’un tratto
balzerebbero fuori, senza regola
in qualsiasi periodo dell’anno:
non vi sarebbero principi primi
tenuti fuori, in un tempo inadatto,
dall’unione che genera la vita.
Per la crescita poi non servirebbe
185 il tempo necessario al confluire
dei semi e al loro accrescersi: in un attimo
diventerebbe giovane il bambino
e si farebbe albero il fuscello.
Non accade così: gli esseri crescono
lentamente, avendo un seme proprio,
190 e crescendo mantengono la specie;
puoi capire da ciò ch’essi si accrescono
con la propria materia. A ciò si aggiunga
che dal gravido ventre della terra
non spunta la letizia dei germogli
senza la pioggia al momento opportuno
né senza cibo gli animali possono
195 propagare la specie e sopravvivere.
Pensa pure, se vuoi, che i corpi abbiano
molti elementi in comune, un po’ come
le lettere che formano parole
diverse, ma non credere che nulla
possa nascere senza i suoi principi.
Perché mai altrimenti la natura
non sarebbe riuscita a generare
uomini tanto grandi da guadare
200 i mari a piedi o da strappare i monti
con le mani o che vivano per secoli
superando ogni altro essere vivente?
A tutto è data una certa materia
che ne limita crescita e sviluppo.
205 Si riconosca dunque che dal nulla
niente può generarsi, se ogni cosa
ha bisogno d’un seme per offrirsi
alla brezza leggera della vita.
Vediamo, poi, che i luoghi coltivati
superano di gran lunga quelli incolti
e la terra migliora col lavoro;
210 succede, è chiaro, perché nella terra
sono presenti i semi delle cose
che rivoltando le zolle feconde
con l’aratro portiamo in superficie;
se non ci fossero semi, vedresti
la crescita spontanea d’ogni cosa
senza bisogno del lavoro umano.
principium cuius hinc nobis exordia sumet,
150 nullam rem e nilo gigni divinitus umquam.
quippe ita formido mortalis continet omnis,
quod multa in terris fieri caeloque tuentur,
quorum operum causas nulla ratione videre
possunt ac fieri divino numine rentur.
155[156] quas ob res ubi viderimus nil posse creari
[157] de nilo, tum quod sequimur iam rectius inde
[158] perspiciemus, et unde queat res quaeque creari
et quo quaeque modo fiant opera sine divum.
Nam si de nihilo fierent, ex omnibu” rebus
160 omne genus nasci posset, nil semine egeret.
e mare primum homines, e terra posset oriri
squamigerum genus et volucres erumpere caelo;
armenta atque aliae pecudes, genus omne ferarum,
incerto partu culta ac deserta tenerent.
165 nec fructus idem arboribus constare solerent,
sed mutarentur, ferre omnes omnia possent.
quippe ubi non essent genitalia corpora cuique,
qui posset mater rebus consistere certa?
at nunc seminibus quia certis quaeque creantur,
170 inde enascitur atque oras in luminis exit,
materies ubi inest cuiusque et corpora prima;
atque hac re nequeunt ex omnibus omnia gigni,
quod certis in rebus inest secreta facultas.
praeterea cur vere rosam, frumenta calore,
175 vitis autumno fundi suadente videmus,
si non, certa suo quia tempore semina rerum
cum confluxerunt, patefit quod cumque creatur,
dum tempestates adsunt et vivida tellus
tuto res teneras effert in luminis oras?
180quod si de nihilo fierent, subito exorerentur
incerto spatio atque alienis partibus anni,
quippe ubi nulla forent primordia quae genitali
concilio possent arceri tempore iniquo.
nec porro augendis rebus spatio foret usus
185 seminis ad coitum, si e nilo crescere possent;
nam fierent iuvenes subito ex infantibu” parvis
e terraque exorta repente arbusta salirent.
quorum nil fieri manifestum est, omnia quando
paulatim crescunt, ut par est semine certo,
190 crescentesque genus servant; ut noscere possis
quicque sua de materia grandescere alique.
huc accedit uti sine certis imbribus anni
laetificos nequeat fetus submittere tellus
nec porro secreta cibo natura animantum
195 propagare genus possit vitamque tueri;
ut potius multis communia corpora rebus
multa putes esse, ut verbis elementa videmus,
quam sine principiis ullam rem existere posse.
denique cur homines tantos natura parare
200 non potuit, pedibus qui pontum per vada possent
transire et magnos manibus divellere montis
multaque vivendo vitalia vincere saecla,
si non, materies quia rebus reddita certast
gignundis, e qua constat quid possit oriri?
205 nil igitur fieri de nilo posse fatendumst,
semine quando opus est rebus, quo quaeque creatae
aeris in teneras possint proferrier auras.
postremo quoniam incultis praestare videmus
culta loca et manibus melioris reddere fetus,
210 esse videlicet in terris primordia rerum
quae nos fecundas vertentes vomere glebas
terraique solum subigentes cimus ad ortus.
quod si nulla forent, nostro sine quaeque labore
sponte sua multo fieri meliora videres.
L’inizio del testo riprende la formulazione della Lettera a Erodoto di Epicuro (38.5): «In primo luogo nulla nasce dal nulla» (πρῶτον μὲν ὅτι οὐθὲν γίνεται ἐκ τοῦ μὴ ὄντος). Lucrezio aggiunge però divinitus: divinamente, per azione di un dio. È evidente da questo passo che Lucrezio non attacca la superstizione, ma la religione, perché la convinzione che il mondo sia stato creato dagli dèi (o da un dio) non ha nulla di superstizioso, bensì è la credenza di fondo fondo delle religioni (fatta eccezione per quelle che prescindono dalla divinità, come il Buddhismo o il Jainismo, che Lucrezio non poteva conoscere). Se l’obiettivo fosse la superstizione, ossia la degenerazione della religione, Lucrezio non muoverebbe un attacco ad una convinzione centrale, ma indagherebbe piuttosto le cause che portano alla degenerazione delle convinzioni religiose.
Vediamo gli argomenti. Chi segue una religione crede che il mondo sia creato per opera divina dal nulla. Quest’ultimo punto è essenziale per l’argomentazione di Epicuro-Lucrezio. Se dio o gli dèi organizzassero una materia atomica preesistente, l’argomento verrebbe a cadere; ma in questo caso sarebbe anche ridimensionato il ruolo della divinità.
Il mondo dunque non può essere stato creato dal nulla, per le seguenti ragioni.
Se le cose potessero nascere dal nulla, vedremmo di continuo esseri viventi nascere dal nulla, mentre l’esperienza ci mostra che gli esseri viventi sono divisi in specie e ogni animale nasce seguendo la propria specie e nel suo ambiente. Lucrezio qui evoca un caos possibile, esito di una generazione dal nulla, cui contrappone l’ordine della natura, che assegna a ogni essere vivente un suo posto specifico.
In questa ipotetica situazione di caos, non vi sarebbe dunque il tempo adatto per ogni cosa; tutto potrebbe nascere in qualsiasi momento. Ma la natura invece ci mostra che ogni cosa ha il suo tempo.
Se gli esseri nascessero dal nulla, potrebbero anche diventare maturi in un attimo. Questo argomento presuppone, a dire il vero, la concezione atomica che Lucrezio deve ancora illustrare. Le crescita degli esseri viventi richiede l’apporto, nel tempo, degli atomi. Se così non fosse non occorrerebbe il tempo adatto per la crescita.
Ogni essere vivente per crescere ha bisogno di apporti nutritivi: i germogli dell’acqua, gli animali del cibo. Se non risultassero dal confluire degli atomi, ma nascessero dal nulla, non avrebbero bisogno di questo apporto.
Gli esseri viventi sono dunque divisi per specie, nascono ognuno secondo il proprio seme, e ad ognuno è assegnata una certa quantità di materia. Se così non fosse, avremmo avuto esseri umani giganteschi o in grado di vivere per secoli.
Quanto detto fino ad ora suppone dunque che esistano dei semi delle cose. Ciò è dimostrato anche dal fatto che lavorando la terra ne miglioriamo la fertilità. E questo accade evidentemente perché rivoltando la terra portiamo in superficie i semi che sono nel sottosuolo.
Lucrezio traccia fin da questi versi il quadro di un mondo ordinato secondo leggi ferree, per quanto non originato da un volere divino (e dunque un ordine non finalistico, ma emergente dalla stessa struttura materiale), al quale contrappone il mondo caotico e bizzarro che avremmo se tutto fosse stato portato in vita per volere divino.
Al primo argomento si potrebbe obiettare che la generazione dal nulla è avvenuta una sola volta, e che da allora gli dèi o dio hanno deciso che ogni essere si sarebbe riprodotto secondo la specie. Lucrezio non usa qui, evidentemente perché estraneo alla scuola, l’argomento di Parmenide: le cose non possono nascere dal nulla perché il nulla non è. Se il nulla fosse, non sarebbe più nulla, ma appunto essere.
Nel verso 197 è anticipato il parallelo, ricorrente nel poema, tra la dinamica combinatoria dei semi-atomi e quella delle lettere dell’alfabeto nella composizione delle parole.