# Il sublime Lucrezio > Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucreti, > exitio terras cum dabit una dies. I versi del sublime Lucrezio moriranno solo quando finirà la terra. Il giudizio lusinghiero si trova in una delle elegie degli *Amores* di Ovidio (I, 15, 23-24), in cui il poeta traccia una sorta di canone greco e latino. Ed è significativo che Lucrezio sia posto in qualche modo al di sopra dello stesso Virgilio: perché se le opere di quest'ultimo saranno lette fino a quando Roma sarà a capo del suo impero (*Roma triumphati dum caput orbis erit*, v. 26), i versi di Lucrezio dureranno quanto il mondo stesso. Si ritiene, peraltro, che sia a Lucrezio che lo stesso Virgilio fa riferimento nei famosi versi del secondo libro delle *Georgiche* (490-493): “Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, il risuonare dell’avido Acheronte” (trad. A. Barchiesi; *Felix qui potuit rerum cognoscere causas* / *atque metus omnis et inexorabile fatum* / *subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari*). E questo, in effetti, era il programma di Lucrezio, come presto vedremo: conoscere la *natura rerum*, l’essenza della realtà, le cause dei fenomeni, e al tempo stesso superare i terrori legati alle superstizioni religiose. Ma il primo giudizio sull’opera di Lucrezio si trova in Cicerone. In una delle lettere al fratello Quinto si legge: “I poemi di Lucrezio, come scrivi, hanno molta luce d’ingegno e tuttavia molta arte” (*Lucreti poemata ut scribis ita sunt, multis luminibus ingeni, multae tamen artis*) (*Ad Quintum fratrem*, 2.10.3). Anche se ci si aspetterebbe un *etiam* al posto del *tamen*, il giudizio è chiaro: nel poema di Lucrezio c’è una felice unione di intelligenza e di tecnica poetica. Con questo riconoscimento della grandezza della sua opera contrasta l’assoluta oscurità sulla vita del poeta. Quello che di Lucrezio sappiamo è quasi nulla. Le notizie su Lucrezio che hanno plasmato nei secoli la percezione della sua figura sono quelle che provengono dalle aggiunte di Sofronio Eusebio Girolamo, noto come san Girolamo, al *Chronicon* di Eusebio. Scrive Girolamo: “Nasce il poeta Tito Lucrezio Caro, che impazzì a causa di un filtro d’amore e scrisse alcuni libri negli intervalli della follia, che poi Cicerone emendò, si suicidò all’età di quarantaquattro anni” (*Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno XLIV*). In quale anno si colloca la nascita? 94/93 Un poeta folle, dunque, e suicida. Per quanto sia una fonte tutt'altro che solida, anche perché un cristiano come Girolamo era interessato a mostrare l’abiezione e la disperazione di un pensatore materialista e nemico della religione, queste parole pesano ancora oggi sulla lettura del poema lucreziano, nel quale non è infrequente che si cerchino segni della follia o della depressione dell’autore. Si può obiettare sia alla prima che alla seconda ipotesi. Come osservata Ernout, è improbabile che un'opera con una complessa struttura come il *De rerum natura* possa nascere *per intervalla insaniae* ([Ernout 1920](#ernout1920), p. IX); e quanto alla depressione, ci si può chiedere se un vero e proprio inno alla gioia quale è il proemio a Venere del primo libro possa essere opera di una persona con scarso attaccamento alla vita. C'è in lui, senz'altro, una consapevolezza cruda degli aspetti più drammatici della nostra esistenza - ed è una delle ragioni della sua attualità, della sua capacità di toccare ancora profondamente chi lo legge -, ma questa può essere una ragione per definirlo pessimista, non certo per diagnosticare una depressione o qualche altra patologia psichiatrica.