I 712-829 Contro Empedocle¶
E poi vi sono quelli che raddoppiano
gli elementi primari, e al fuoco aggiungono
l’aria e la terra all’acqua e quanti credono
che tutto possa nascere da quattro
elementi, cioè l’aria, la terra
715 il fuoco e l’acqua. Primo fra di loro
l’agrigentino Empedocle, che l’isola
trinacria generò tra le sue rive;
lo Ionio la circonda biancheggiando
nelle sue ampie insenature e un piccolo
stretto in cui le onde si precipitano
720 dalle rive d’Eolia la separa.
Qui è la vasta Cariddi, qui il rumore
dell’Etna fa temere che di nuovo
raccolga l’ira del suo fuoco e vomiti
725 dalle sue fauci fiamme fino al cielo.
E se questa è una terra che ha la fama
d’avere meraviglie d’ogni genere,
cose che vanno viste, gran ricchezza
di beni e gente forte per difenderli,
non sembra aver avuto tuttavia
730 nulla di più mirabile, più santo
proclama e insegna cose così splendide
che sembra quasi un essere divino.
E tuttavia sia lui che gli altri sopra
735 nominati, a lui molto inferiori
per molti aspetti e ben meno importanti,
pur avendo scoperto molte cose
quasi divinamente e benché dessero
dal profondo dell’animo responsi
più venerabili e certi di quelli
della Pizia che parla dal tripode
e dal lauro di Febo, tuttavia
740 indagando i principi delle cose
rovinarono, e grande fu il cadere
d’uomini così grandi. In primo luogo
perché tolgono il vuoto dalle cose
ma ammettono che esiste il movimento
e che vi siano cose molli o rade
come la terra e l’acqua, il sole e l’aria,nota
gli animali e le messi e tuttavia
745 a tali corpi non mischiano il vuoto.
E poi perché non pensano che esista
un limite al dividersi dei corpi
una pausa al loro frantumarsi
o che sussista un minimo nei corpi
mentre vediamo che c’è un punto estremo
750 delle cose, la parte più minuscola
che i nostri sensi riescono a cogliere;
puoi dedurre che questo punto estremo
in essi, quello che non si può cogliere
con la vista, è la loro parte minima.
S’aggiunge a ciò che, poiché suppongono
755 come principi primi cose molli
che noi vediamo nascere e il cui corpo
è interamente soggetto alla morte,
dovrebbe il tutto tornare nel nulla
e la massa di tutto ciò che esiste
rinascere dal nulla e rifiorire;
due cose, lo sai già, molto remote
dal vero. E poi quegli elementi sono
760 nemici in molti modi, sì che l’uno
è veleno per l’altro: il loro incontro
li farebbe morire o schizzerebbero
ovunque come, quando c’è tempesta,
vediamo fare ai fulmini, alla pioggia
e al vento. Infine se il mondo si genera
da questi quattro elementi e poi torna
765 a dissolversi in essi, più che dire
ch’essi sono i principi delle cose
non dovremmo al contrario ritenere
che nascano piuttosto dalle cose?
Tali elementi infatti si producono
gli uni dagli altri, mutano colore
e l’intera natura, e ciò dà sempre.
770 Se poi credi che i corpi della terra
e del fuoco s’uniscano ai soffi
dell’aria e all’acqua gocciolante senza
che ciò ne cambi in nulla la natura
sappi che così niente potrà nascere,
che sia senziente o inanimato come
un albero, poiché ciascuna cosa
775 pur nella massa mostrerebbe intatta
la sua natura e si vedrebbe l’aria
mista alla terra e il fuoco resterebbe
uguale pur essendo unito all’acqua.
Occorre invece che i principi primi
generando le cose v’inseriscano
una certa natura non visibile
780 e segreta, affinché nulla prevalga
e s’imponga impedendo che ogni cosa
creata possa avere la sua forma.
Essi vanno a ritroso fino al cielo
e ai suoi fuochi. All’inizio il fuoco, immaginano,
diventa aria, poi dall’aria nasce
l’acqua e dall’acqua la terra; a ritroso
785 ritorna poi dalla terra ogni cosa
all’origine: l’acqua, quindi l’aria
e il fuoco. E senza sosta si trasformano
tra di loro, si spostano dal cielo
alla terra e da qui di nuovo agli astri.
Non così devono essere i principi.
790 È infatti necessario che permanga
qualcosa l’immutabile, altrimenti
tutto verrà ricacciato nel nulla.
E certo tutto ciò che si trasforma
ed esce dai suoi limiti all’istante
muore nella sua forma precedente.
Gli elementi di cui ho appena detto
795 invece si trasformano; pertanto
devono derivare da altre cose
che nulla può cambiare, se non vuoi
che tutto il mondo finisca nel nulla.
Perché piuttosto non pensare a corpi
la cui natura consenta, ad esempio,
800 di comporre ora il fuoco ed ora l’aria,
aggiungendo o togliendo alcuni d’essi
o mutandone l’ordine ed il moto,
e spiegare così ogni cambiamento?
«Ma è chiaro», obietti, «che quanto è nell’aria
e nel vento proviene dalla terra,
e se al tempo opportuno non si sciolgono
805 le nuvole e non sferzano le piogge
gli arboscelli facendoli ondeggiare
e il sole poi non offre il suo calore
non crescono le messi né le piante
e gli animali.» Ma certo. Ed aggiungo
che noi stessi, se non ci sostenessero,
cibi solidi e liquidi, ben presto
810 avremmo il corpo debole e la vita
svanirebbe dai nervi e dalle ossa.
Infatti senza dubbio ci sostengono
e alimentano cose ben precise
come altre cose servono ad altri esseri.
Accade perché gli atomi comuni
a diverse sostanze sono misti
815 nelle cose nei modi più diversi
per cui ogni vivente ha il suo alimento.
E molto spesso conta quali atomi
si associano ed in quale posizione
e quale moto imprimono e ricevono.
Gli stessi atomi infatti compongono
820 il cielo e il mare, le terre ed i fiumi
e il sole, e ancora le messi, gli arbusti
e ogni genere d’esseri viventi
ma mischiati fra loro in vari modi
e con diversi moti. Nei miei versi
825 trovi molte parole, ma le lettere
sono comuni; devi però ammettere
che tanto le parole quanto i versi
sono diversi per suono e per senso.
Così grande è il potere delle lettere
con un semplice mutamento d’ordine.
Ma ben di più sono i mezzi cui possono
far ricorso i principi delle cose
per creare la varietà del mondo.
adde etiam qui conduplicant primordia rerum
aera iungentes igni terramque liquori,
et qui quattuor ex rebus posse omnia rentur
715 ex igni terra atque anima procrescere et imbri.
quorum Acragantinus cum primis Empedocles est,
insula quem triquetris terrarum gessit in oris,
quam fluitans circum magnis anfractibus aequor
Ionium glaucis aspargit virus ab undis,
720 angustoque fretu rapidum mare dividit undis
Aeoliae terrarum oras a finibus eius.
hic est vasta Charybdis et hic Aetnaea minantur
murmura flammarum rursum se colligere iras,
faucibus eruptos iterum vis ut vomat ignis
725 ad caelumque ferat flammai fulgura rursum.
quae cum magna modis multis miranda videtur
gentibus humanis regio visendaque fertur,
rebus opima bonis, multa munita virum vi,
nil tamen hoc habuisse viro praeclarius in se
730 nec sanctum magis et mirum carumque videtur.
carmina quin etiam divini pectoris eius
vociferantur et exponunt praeclara reperta,
ut vix humana videatur stirpe creatus.
Hic tamen et supra quos diximus inferiores
735 partibus egregie multis multoque minores,
quamquam multa bene ac divinitus invenientes
ex adyto tam quam cordis responsa dedere
sanctius et multo certa ratione magis quam
Pythia quae tripodi a Phoebi lauroque profatur,
740 principiis tamen in rerum fecere ruinas
et graviter magni magno cecidere ibi casu;
primum quod motus exempto rebus inani
constituunt et res mollis rarasque relinquunt,
aera solem imbrem terras animalia fruges,nota
745 nec tamen admiscent in eorum corpus inane;
deinde quod omnino finem non esse secandis
corporibus facient neque pausam stare fragori
nec prorsum in rebus minimum consistere quicquam;
cum videamus id extremum cuiusque cacumen
750 esse quod ad sensus nostros minimum esse videtur,
conicere ut possis ex hoc, quae cernere non quis
extremum quod habent, minimum consistere <\in illis>.nota
huc accedit item, quoniam primordia rerum
mollia constituunt, quae nos nativa videmus
755 esse et mortali cum corpore funditus, utqui
debeat ad nihilum iam rerum summa reverti
de nihiloque renata vigescere copia rerum;
quorum utrumque quid a vero iam distet habebis.
deinde inimica modis multis sunt atque veneno
760 ipsa sibi inter se; quare aut congressa peribunt
aut ita diffugient, ut tempestate coacta
fulmina diffugere atque imbris ventosque videmus.
Denique quattuor ex rebus si cuncta creantur
atque in eas rursum res omnia dissoluuntur,
765 qui magis illa queunt rerum primordia dici
quam contra res illorum retroque putari?
alternis gignuntur enim mutantque colorem
et totam inter se naturam tempore ab omni.
[fulmina diffugere atque imbris ventosque videmus.]nota
770 sin ita forte putas ignis terraeque coire
corpus et aerias auras roremque liquoris,
nil in concilio naturam ut mutet eorum,
nulla tibi ex illis poterit res esse creata,
non animans, non exanimo cum corpore, ut arbos.
775 quippe suam quicque in coetu variantis acervi
naturam ostendet mixtusque videbitur aer
cum terra simul et quodam cum rore manere.
at primordia gignundis in rebus oportet
naturam clandestinam caecamque adhibere,
780 emineat ne quid, quod contra pugnet et obstet
quominus esse queat proprie quodcumque creatur.
Quin etiam repetunt a caelo atque ignibus eius
et primum faciunt ignem se vertere in auras
aeris, hinc imbrem gigni terramque creari
785 ex imbri retroque a terra cuncta reverti,
umorem primum, post aera, deinde calorem,
nec cessare haec inter se mutare, meare
a caelo ad terram, de terra ad sidera mundi.
quod facere haud ullo debent primordia pacto.
790 immutabile enim quiddam superare necessest,
ne res ad nihilum redigantur funditus omnes.
nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
continuo hoc mors est illius quod fuit ante.
quapropter quoniam quae paulo diximus ante
795 in commutatum veniunt, constare necessest
ex aliis ea, quae nequeant convertier usquam,
ne tibi res redeant ad nilum funditus omnes.
quin potius tali natura praedita quaedam
corpora constituas, ignem si forte crearint,
800 posse eadem demptis paucis paucisque tributis,
ordine mutato et motu, facere aeris auras,
sic alias aliis rebus mutarier omnis?
“At manifesta palam res indicat” inquis “in auras
aeris e terra res omnis crescere alique;
805 et nisi tempestas indulget tempore fausto
imbribus, ut tabe nimborum arbusta vacillent,
solque sua pro parte fovet tribuitque calorem,
crescere non possint fruges arbusta animantes.”
scilicet et nisi nos cibus aridus et tener umor
810 adiuvet, amisso iam corpore vita quoque omnis
omnibus e nervis atque ossibus exsoluatur.
adiutamur enim dubio procul atque alimur nos
certis ab rebus, certis aliae atque aliae res.
ni mirum quia multa modis communia multis
815 multarum rerum in rebus primordia mixta
sunt, ideo variis variae res rebus aluntur.
atque eadem magni refert primordia saepe
cum quibus et quali positura contineantur
et quos inter se dent motus accipiantque;
820 namque eadem caelum mare terras flumina solem
constituunt, eadem fruges arbusta animantis,
verum aliis alioque modo commixta moventur.
quin etiam passim nostris in versibus ipsis
multa elementa vides multis communia verbis,
825 cum tamen inter se versus ac verba necessest
confiteare et re et sonitu distare sonanti.
tantum elementa queunt permutato ordine solo;
at rerum quae sunt primordia, plura adhibere
possunt unde queant variae res quaeque creari.
L’atteggiamento di Lucrezio nei confronti di Empedocle è ambivalente. Da un lato lo critica, inserendolo nella schiera dei filosofi della natura che non hanno colto la realtà, dall’altro lo celebra con toni che nel poema sono superati solo dai versi dedicati ad Epicuro: il filosofo agrigentino è sanctum e quasi divino. Un uso di termini religiosi che può sorprendere, in un autore materialista, solo se si dimentica che scopo dell’epicureismo è quello di vivere una vita divina. Uno scopo pienamente raggiunto da Epicuro, ma al quale Empedocle si è avvicinato.
Il suo pensiero - ma Lucrezio parla al plurale, e non è da escludere che polemizzi anche con gli stoici - tuttavia ha limiti precisi. Negando l’esistenza del vuoto, Empedocle non può spiegare né il movimento, che come abbiamo visto per Lucrezio richiede l’esistenza del vuoto, né l’esistenza di cose molli o dalla struttura non compatta, che anch’essa può essere spiegata solo se si ritiene che siano fatte di materia compenetrata dal vuoto (vv. 740-745). Inoltre Empedocle pone all’origine della realtà quattro elementi - l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco - la cui natura è tutt’altro che solida e che vediamo essere soggetti, come corpi, al ciclo di nascita e morte; essendo dunque i principi stessi mortali, l’universo intero dovrebbe morire e rinascere, cosa impossibile (vv. 756-758).
Affinché quattro diversi elementi possano dare origine insieme alla realtà occorre che siano compatibili e in qualche modo complementari, mentre i quattro elementi di cui parla Empedocle sono incompatibili: si pensi all’acqua e al fuoco. L’incontro di simili elementi non ha un effetto creativo, ma distruttivo (vv. 759-762). Filosoficamente interessante è l’argomento seguente. Empedocle afferma che dai quattro elementi si genera il mondo, che poi si dissolve nei quattro elementi, e così via in un processo ciclico. Ma, obietta Lucrezio, come stabilire cosa è causa e cosa effetto? Se il processo è ciclico, si può mettere il punto di inizio sia nei quattro elementi che nei corpi, e affermare che sono questi ultimi a formare i quattro elementi (vv. 763-766). Infine, Lucrezio solleva un’obiezione cruciale di carattere ontologico: se i quattro elementi si uniscono per formare i corpi mantenendo ciascuno la propria natura intatta, allora non si potrà mai formare un nuovo essere con caratteristiche proprie, perché in esso si vedrebbero sempre distintamente l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua (vv. 770-777). Se invece gli elementi perdono la propria natura nel processo di mescolanza, allora non possono essere considerati elementi primi, ma devono essere composti a loro volta da qualcosa di più fondamentale (vv. 778-781).
Quest’ultimo argomento tocca il cuore della differenza tra la fisica empedoclea e quella atomistica: per Empedocle gli elementi sono qualitativamente diversi e mantengono le loro proprietà anche quando si combinano; per Lucrezio invece i veri principi primi devono essere qualitativamente identici (atomi omogenei che differiscono solo per forma, grandezza e movimento) e devono agire in modo «nascosto» (clandestina e caeca, v. 779), cioè senza che le proprietà del composto riflettano direttamente quelle dei componenti.
La critica si estende poi al ciclo di trasformazioni empedocleo: fuoco → aria → acqua → terra e ritorno (vv. 782-789). Per Lucrezio questo processo di trasformazione continua contraddice il requisito fondamentale che i principi primi siano immutabili (immutabile, v. 790). Se tutto può trasformarsi in tutto, allora ogni cosa può «uscire dai propri confini» (v. 792) e questo equivale alla morte di ciò che era prima. Se anche i presunti elementi primi sono soggetti a questa trasformazione, allora devono a loro volta derivare da qualcosa di più stabile e immutabile (vv. 795-797).
Lucrezio conclude proponendo un modello alternativo: esistono corpi la cui natura permette di comporre ora il fuoco, ora l’aria, semplicemente aggiungendo o togliendo alcuni di essi, o cambiandone l’ordine e il movimento (vv. 798-802). Questo anticipa la spiegazione atomistica: gli stessi atomi, combinati in modi diversi, possono produrre sostanze completamente differenti.
L’obiezione finale dell’interlocutore immaginario («Ma è chiaro che quanto è nell’aria…») permette a Lucrezio di chiarire che il fatto che piante e animali traggano nutrimento da terra, aria, acqua e sole non significa che questi siano gli elementi costitutivi ultimi della realtà (vv. 803-813). Piuttosto, questo fenomeno si spiega con il fatto che molti atomi sono comuni a diverse sostanze, mescolati in modi diversi (vv. 814-822).
In conclusione torna il tema, già anticipato nel verso 197, dell’analogia con le lettere dell’alfabeto: le stesse lettere, combinate in ordini diversi, producono parole e versi completamente diversi per suono e significato (vv. 823-828); analogamente, gli stessi atomi, combinati diversamente, possono creare la varietà infinita del mondo. Ma mentre le lettere sono poche, i principi primi della natura possono operare con mezzi ancora più numerosi e sottili (vv. 828-829).
Note al testo¶
Passo |
Nota |
|---|---|
744 |
Bailey qui corregge con imbrem il tràdito ignem, per completare l’elenco dei quattro elementi empedoclei. |
752 |
Lacuna dei manoscritti. ex illis è un’aggiunta di Munro accolta da Bailey. Lachmann ha proposto di integrare con prorsum, Deufert con certum. |
769 |
Il verso ripete il verso 762, senza alcun significato nel contesto, ed è pertanto espunto, come già in O1. |