I 449-482 Gli eventi e il tempo¶
Tutto quello che esiste, scoprirai
450 che è congiunto con queste due nature
oppure, lo vedrai, è un loro evento.
Congiunto è tutto ciò che mai può essere
tolto ad un corpo e da esso distinto
senza che un tale distacco abbia effetti
rovinosi: il peso per la pietra,
per il fuoco il calore, l’esser fluida
per l’acqua il contatto per i corpi
in generale e per il vuoto l’essere
455 intangibile. Invece servitù
e povertà, ricchezza e libertà,
guerra e pace e tutte le altre cose
che lasciano intatta la natura
di qualcosa arrivando o scomparendo
le chiamiamo di solito, ed è giusto,
eventi. Il tempo stesso non esiste
460 per sé, ma dalle cose viene il senso
di ciò che s’è compiuto nel passato,
o che succede adesso o che avverrà
nel futuro. Occorre infatti ammettere
che mai nessuno percepisce il tempo
separato dal moto delle cose
o dalla loro placida inazione.
Quando sentiamo dire che la figlia
di Tindaro è rapita e che le genti(*)
465 troiane sono soggiogate in guerra
non facciamo l’errore di pensare
che tale fatti esistano per sé,
mentre le stirpi umane cui accaddero
quegli eventi il tempo le ha travolte
nel suo passaggio in modo irrevocabile.
E le cose avvenute le possiamo
considerare eventi delle terre
470 e dei luoghi in cui sono accadute.
Se non fosse esistita la materia
né lo spazio ed il luogo in cui le cose
si compiono la fiamma dell’amore
suscitata nel cuore di Alessandro(**)
il frigio non avrebbe scatenato
475 l’incendio d’una guerra così celebre
e così atroce, né il cavallo ligneo
avrebbe dato fuoco all’insaputa
dei Troiani a Pergamo, la rocca,
con il suo parto notturno di Greci.
Ti sarà chiaro da questo che tutti
gli avvenimenti non hanno esistenza
e sussistenza per sé, come i corpi,
480 né hanno il modo d’essere del vuoto,
e puoi piuttosto, con buone ragioni,
chiamarli eventi del corpo e del luogo
in cui si compiono tutte le cose.
(*) Elena, figlia di Tindaro. (**) Paride.
Nam quae cumque cluent, aut his coniuncta duabus
450 rebus ea invenies aut horum eventa videbis.
coniunctum est id quod nusquam sine permitiali
discidio potis est seiungi seque gregari,
pondus uti saxis, calor ignist, liquor aquai,
tactus corporibus cunctis, intactus inani.
455 servitium contra paupertas divitiaeque,
libertas bellum concordia, cetera quorum
adventu manet incolumis natura abituque,
haec soliti sumus, ut par est, eventa vocare.
tempus item per se non est, sed rebus ab ipsis
460 consequitur sensus, transactum quid sit in aevo,
tum quae res instet, quid porro deinde sequatur;
nec per se quemquam tempus sentire fatendumst
semotum ab rerum motu placidaque quiete.
denique Tyndaridem raptam belloque subactas
465 Troiugenas gentis cum dicunt esse, videndumst
ne forte haec per se cogant nos esse fateri,
quando ea saecla hominum, quorum haec eventa fuerunt,
irrevocabilis abstulerit iam praeterita aetas.
namque aliud terris, aliud regionibus ipsis
470 eventum dici poterit quod cumque erit actum.
denique materies si rerum nulla fuisset
nec locus ac spatium, res in quo quaeque geruntur,
numquam Tyndaridis forma conflatus amore
ignis Alexandri Phrygio sub pectore gliscens
480 clara accendisset saevi certamina belli
nec clam durateus Troiianis Pergama partu
inflammasset equus nocturno Graiugenarum;
perspicere ut possis res gestas funditus omnis
non ita uti corpus per se constare neque esse,
480 nec ratione cluere eadem qua constet inane,
sed magis ut merito possis eventa vocare
corporis atque loci, res in quo quaeque gerantur.
Sembra difficile ammettere che tutte le cose possano ridursi ad atomi e vuoto. Consideriamo un oggetto come un vaso. Possiamo considerarlo composto di atomi e vuoto, ma che dire di proprietà come il colore, la grandezza e il peso? Possiamo pensarle come cose esistenti? E che dire di cose che non sono legate al corpo, ma che tuttavia appartengono a qualcuno, come la povertà, la ricchezza, o che innegabilmente esistono o sono esistite, come la guerra?
Nella Lettera a Erodoto (68-73) Epicuro chiama le prime συμβεβηκότα (symbebekota, che Lucrezio traduce con coniuncta) e le seconde συμπτώματα (symptomata, eventa in Lucrezio). Di entrambe nega l’esistenza autonoma e quindi la possibilità che costituiscano una realtà ulteriore rispetto agli atomi e al vuoto. Le prime sono sempre legate a un corpo, per cui è semplicemente impossibile immaginare che esistano di per sé: esiste il peso di questo vaso, non il peso in sé. Ma la relazione è necessaria, nel senso che un vaso può essere di diversi colori e di diverso peso, ma è inevitabile che abbia un colore e un peso. Diverso è il caso degli eventa. Il fatto che essi lascino intatta la natura delle cose (457) va inteso nel senso che non costituiscono caratteristiche necessarie: una persona può essere libera o schiava, ricca o povera, ma non dev’essere necessariamente nessuna di queste cose, mentre avrà inevitabilmente un certo peso corporeo o colore.
La riflessione sulla natura degli eventa porta al tema del tempo, in un passaggio che tuttavia appare non sufficientemente sviluppato. Il tempo non esiste «per sé» (per se non est) ma è un evento che deriva dal movimento o dalla quiete dei corpi. Esso è dunque una relazione che emerge dal cambiamento: percepiamo il passato, il presente e il futuro solo attraverso ciò che è accaduto, accade o accadrà alle cose materiali. Senza corpi in movimento, il tempo sarebbe impensabile.
Cos’è dunque un evento come la guerra di Troia? Ha una qualche forma di esistenza in sé? Essa, osserva Lucrezio, è legata a una serie di cose materiali: i luoghi in cui i fatti sono avvenuti, le persone che sono state coinvolte - e che il tempo ha annullato - ma anche i processi del tutto fisici avvenuti nel corpo di Paride, che lo hanno portato a provare quell’amore per Elena che ha dato origine agli eventi tragici della guerra. Si noti la progressione: il fuoco che si accede nel cuore di Paride si trasmette poi all’evento della guerra e torna poi alle cose fisiche, incendiando la rocca di Pergamo. C’è qui una prima anticipazione del carattere distruttivo della passione amorosa, di cui Lucrezio si occuperà nel libro IV.
Note al testo¶
Passo |
Nota |
|---|---|
473 |
Gilbertus Wakefield suggerì di emendare con amoris il tràdito amore; di questa emendazione, accolto da molti editori (Giussan, Ernout, Deufert tra gli altri) ma non da Bailey, tiene conto la traduzione. |